venerdì, 16 maggio 2008

Insanatura-1

Vedendo dalle note biografiche (http://www.poesianelversogiusto.it/index.php?id=78) che di Jolanda Insana era uscita giusto l'anno scorso la raccolta di tutte le poesie negli "Elefanti" dell'editore Garzanti, ho pensato che valesse la pena sfogliarne qualche pagina ancora prima di sentirla nella lettura pubblica.
La sua prima produzione tende a mettere in scena dialoghi immaginari tra personificazioni, la cui forza espressiva è aumentata dalla tecnica dell'improperio. Con fortissima consapevolezza dei mezzi linguistici sono continuamente mescolate parole del linguaggio letterario a termini scurrili, e tutti insieme a nuove coniazioni frutto di storpiature e arricchimenti lessicali in un efficace impasto espressionistico non privo di elementi dialettali.
E come non può la Vita rivolgere le sue invettive alla Morte?

Non finiremo mai di fare
sciarra amara
nessun compare ci metterà
la buona parola
tu stuti le candele
che io allumo

La prima opera della raccolta è proprio "Sciarra amara" (1977) ovvero, con un sicilianismo, l'eterna guerra tra Vita e Morte.
Parla sempre la Vita (e chi l'ha mai vista e sentita la Morte?)

zòccola e zalla
incucchia terra e bara
come se fosse pane
e mortadella
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categorie: poesia, ironia, vanità, creatura, insana
mercoledì, 23 aprile 2008

Innocenza-4

Chissà cosa competerà davvero alla nostra coscienza?
E a quella delle numerose famiglie di operai che per mantenersi lavorano nelle industrie di armi?

Il viso di Kalashnikov è sereno in ogni foto. Con la fronte spigolosa slava e gli occhi da mongolo che invecchiando divengono sempre più feritoie sottili. Dorme il sonno dei giusti. Va a letto magari non felice ma sereno, le pantofole sotto il letto, in ordine; anche quando è serio ha le labbra tirate ad arco come il viso di Palla di Lardo in Full Metal Jacket. Sorridono le labbra, ma non il viso.
Quando guardo i ritratti di Michail Kalashnikov penso sempre ad Alfred Nobel, famoso per il premio omonimo, ma in realtà padre della dinamite. Le foto di Nobel negli anni successivi alla realizzazione della dinamite - dopo che comprese l’uso che avrebbero fatto della sua miscela di nitroglicerina e argilla - lo ritraggono devastato dall’ansia, con le dita che tormentano la barba. Sarà forse una mia suggestione, ma quando guardo le foto di Nobel, le sopracciglia tirate in alto e gli occhi persi, sembrano dire un’unica cosa: «Non volevo. Intendevo aprire le montagne, sbriciolare massi, creare gallerie. Non volevo tutto quello che è accaduto». Kalashnikov ha invece sempre un’aria serena, di vecchio pensionato russo, con tanti ricordi per la testa. Te lo immagini con l’alito di vodka a raccontarti di qualche amico con cui ha vissuto il tempo della guerra, o mentre a tavola ti bisbiglia che da giovane riusciva a resistere a letto ore senza fermarsi mai. Sempre nel gioco infantile delle suggestioni, la faccia di Michail Kalashnikov sembra dire: «Va tutto bene, non sono problemi miei, ho solo inventato un mitra. Come, lo usano gli altri non mi riguarda». Una responsabilità tracciata entro i confini della propria carne, circoscritta dal gesto. Quello che la propria mano ha fatto è quello che compete alla propria coscienza. È questo uno degli elementi che credo faccia diventare il vecchio generale l’icona involontaria dei clan dell’intero globo. Michail Kalashnikov non è un trafficante d’armi, non conta nulla nelle mediazioni d’acquisto dei mitra, non ha influenza politica, non possiede personalità carismatica ma porta con sé l’imperativo quotidiano dell’uomo al tempo del mercato: fa’ quello che devi fare per vincere, il resto non ti riguarda.

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categorie: libertà, potere, responsabilità, vanità, sapienza, innocenza
domenica, 20 aprile 2008

Innocenza-3

Ancora sugli effetti: nato all'interno di una ideologia, ottiene il massimo e l'uguaglianza anche nell'ideologia che le si era contrapposta.

"[...] È il vero simbolo del liberismo. L’icona assoluta. Potrebbe divenirne l’emblema: non importa chi sei, non importa che pensi, non importa da dove provieni, non importa che religione hai, non importa contro chi e a favore di cosa, basta che quello che fai lo fai con il nostro prodotto. Con cinquanta milioni di dollari è possibile acquistare circa duecentomila mitra. Ossia, con cinquanta milioni di dollari è possibile creare un piccolo esercito. Tutto ciò che distrugge i vincoli politici e di mediazione, tutto ciò che permette un enorme consumo e un esponenziale potere diviene vincente sul mercato; e Michail Kalashnikov, con la sua invenzione, ha permesso a tutti i gruppi di potere e micropotere di avere uno strumento militare. Nessuno, dopo l’invenzione del kalashnikov, può dire di essere stato sconfitto perchè non poteva accedere alle armi. Ha svolto un’operazione di eguaglianza: armi per tutti, massacri per ognuno. La battaglia non più territorio solo per eserciti. Su scala internazionale il kalashnikov ha fatto ciò che i clan secondiglianesi hanno fatto a livello locale, liberalizzando in maniera totale la cocaina e permettendo a chiunque di diventare narcotrafficante, consumatore, venditore al dettaglio liberando il mercato dalla mera mediazione criminale e gerarchica. Allo stesso modo il kalashnikov ha permesso di far divenire soldati tutti, anche bambini e ragazzine smilze; e ha trasformato in generali di corpo d’armata persone che non riuscirebbero a guidare un gregge di dieci pecore. Comprare mitra, sparare, consumare persone e cose, e tornare a comprare. Il resto è solo dettaglio."
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categorie: libertà, potere, responsabilità, vanità, sapienza, innocenza
mercoledì, 16 aprile 2008

Innocenza-2

Gli effetti indiretti (?) di questo onesto lavoro.

"Al mondo non esiste cosa, organica o disorganica, oggetto metallico, elemento chimico, che abbia fatto più morti dell’Ak-47. Il kalashnikov ha ucciso più della bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki, più del virus dell’HIV, più della peste bubbonica, più della malaria, più di tutti gli attentati dei fondamentalisti islamici, più della somma dei morti di tutti i terremoti che hanno agitato la crosta terrestre. [...]
L’AK-47 è un mitra che riesce a sparare nelle condizioni più disparate. Incapace di incepparsi, pronto a sparare anche sporco di terra, anche se zuppo d’acqua, comodo da impugnare, con un grilletto morbido che può essere premuto anche da un bambino. Fortuna, errore, imprecisione, tutti gli elementi che fanno salva la vita durante gli scontri sembrano eliminati dalla certezza dell’AK-47, uno strunento che ha impedito al fato di avere un ruolo. Facile da usare, facile da trasportare, spara con un efficienza che permette di uccidere senza nessun tipo d’addestramento. «È capace di trasformare in combattente anche una scimmia» dichiarava Cabila, il temibile leader politico Congolese. Nei conflitti degli ultimi trent’anni più di cinquanta paesi hanno usato il kalashnikov come fucile d’assalto dei loro eserciti. Stragi per perpetrate col kalashnikov - accertate dall’ONU - sono avvenute in Algeria, Angola, Bosnia, Burundi, Cambogia, Cecenia, Colombia, Congo, Haiti, Kashmir, Mozambico, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Uganda. Più di cinquanta eserciti regolari possiedono il kalashnikov, ed è impossibile fare una statistica dei gruppi irregolari, paramilitari, guerriglieri che lo utilizzano.
Sono morti sotto il fuoco del kalashnikov Sadat nel 1981, il generale Dalla Chiesa nel 1982, Ceausescu nel 1989. Nel palazzo della Moneda, Salvador Allende fu trovato con in corpo proiettili di kalashnikov. E queste morti eccellenti sono il vero ufficio stampa storico del mitra. L’Ak-47 è persino finito nella bandiera del Mozambico e in centinaia di simboli di gruppi politici, da Al Fatah in Palestina all’MRTA in Perù."


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categorie: libertà, potere, responsabilità, vanità, sapienza, innocenza
domenica, 13 aprile 2008

Innocenza-1

Niente di ciò che facciamo è senza conseguenze. Qualcosa, però, offusca la presa di coscienza del fine dei nostri gesti.
Roberto Saviano ci ricorda anche questo con "Gomorra" (Mondadori, 2005).

"Kalashnikov è un vecchio di ottantaquattro anni arzillo e ben conservato. Lo invitano ovunque, una sorta di icona mobile sostitutiva del fucile mitragliatore più celebre al mondo. Prima di andare in pensione come generale di corpo d’armata percepiva uno stipendio fisso di cinquecento rubli, all’epoca più o meno un mensile di cinquecento dollari. Se Kalashnikov avesse avuto la possibilità di brevettare il suo mitra in Occidente, ora sarebbe sicuramente tra i più ricchi al mondo. [...]
Michail Kalashnikov rispondeva automaticamente, sempre le stesse risposte qualunque fosse la domanda, servendosi di un inglese liscio, imparato da adulto, usato come un cacciavite per svitare un bullone. Mariano gli faceva domande inutili e generiche - un modo per abbassare il suo livello di ansia – sul mitra:
«Non ho inventato quell’arma perchè venisse venduta a scopo di lucro, ma solo ed esclusivamente per difendere la madre patria all’epoca in cui ne aveva bisogno. Se potessi tornare indietro rifarei le stesse cose e vivrei nello stesso modo. Ho lavorato tutta la vita e la mia vita è il mio lavoro». Una risposta che ripete a ogni domanda sul suo mitra."
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categorie: libertà, potere, responsabilità, vanità, sapienza, innocenza
domenica, 06 aprile 2008

2046

Esiste un modo o un posto dove trovare i ricordi? Potremo mai recuperare "il tempo perduto"? Perchè percepiamo la forza dei sentimenti e delle passioni in differita, non nel momento in cui li viviamo?
Un film molto intenso "2046", uno dei più belli degli ultimi anni. Presentato da Wong Kar Wai, regista di Hong Kong, al Festival di Cannes nel 2004, ha vinto il premio della critica.
Il 2046 è un numero particolarmente simbolico per il regista: è l'anno in cui Hong Kong tornerà ad essere completamente cinese, è il numero di una stanza d'albergo caro al protagonista (richiamando da vicino anche l'altrettanto bello film precedente, "In the mood for love"), è il numero che indica un futuro lontano e fantascientifico dove è possibile immaginare le storie di un romanzo e altro ancora.
Le immagini e la fotografia sono di una bellezza straordinaria, la musica è raffinatissima ed evocativa (da procurarsi e riascoltare, eccone un esempio: http://in-fission.com/file/xanga/adagio.mp3).
La prima scena si può vedere qui: www.youtube.com/watch?v=5cAkhEphhnI.

"Nel 2046 corre una rete che collega ogni punto della Terra e c’è un treno misterioso che parte regolarmente verso il 2046.
Tutti quelli che vanno al 2046 hanno un solo pensiero in mente: ritrovare i ricordi perduti.
Perché, si dice, che niente cambia mai nel 2046.
Ma nessuno sa se quel punto esiste veramente perché nessuno è mai tornato…
Nessuno… tranne me!

Lasciare il 2046 non è un’impresa facile. Per uno che ci riesce, altri mille ci provano all’infinito.
Da quanto sono su questo treno? Non lo so, non lo so, non me lo ricordo più…
Comincio a sentire il peso della solitudine.

Quando mi chiedono perché ho lasciato il 2046, resto nel vago.
Non dò mai la stessa risposta.
Un tempo, quando uno aveva un segreto da nascondere, andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurava lì il suo segreto. Poi richiudeva il buco con del fango, così il segreto sarebbe rimasto sigillato per l’eternità.

Ho amato una donna, ma lei mi ha lasciato.
Speravo fosse nel 2046 e quindi sono andato a cercarla lì.
Ma non c’era.
Da allora non riesco a smettere di chiedermi se mi abbia mai amato.
La risposta è un segreto che nessuno conoscerà mai.

I ricordi sono sempre bagnati di lacrime."
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categorie: musica, poesia, cinema, ricordi, film, memoria, solitudine, wong kar wai, 2046, sapienza
mercoledì, 05 marzo 2008

Il potere

 Discreta scrittura, mi pare, quella di Frei Betto, anche nei romanzi.
Il primo capitolo di "Hotel Brasil" contiene anche questa riflessione (trad. di A. Aletti, Cavallo di ferro, Roma 2006).

Perchè dover apparire forti quando si sa che la vita è fatta di paure? Paura di morire, di essere abbandonati, di essere dimenticati? Questo era il pensiero che gli attraversava la mente mentre, in sala da pranzo, sentiva Pacheco, consigliere di uomini politici, che ne sparava di grosse. A Candido il potere appariva come il parossismo della paura. Patologica, in questo caso, per il fatto di temere di essere ciò che si è e di lottare per i risultati - fama e fortuna - che agli occhi altrui mascherano il timore dell'anonimato.

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categorie: leggere, ironia, libertà, potere, vanità, sapienza
domenica, 10 febbraio 2008

Che cos'è la vita? -3

E puntualmente si conclude con la terza domanda.

Che cos’è dunque la vita? È calore, il prodotto calorico di una sostanza sostenitrice di forme, una febbre della materia che coinvolge inarrestabile e inarrestabile accompagna il processo d’un’incessante dissociazione e ricostruzione di molecole d’albumina disposte con arte. È l’essere del non poter essere, di ciò che, in questo complicato e febbrile processo di dissoluzione e di rinnovamento, sta a mala pena, con fatica dolce e penosa, in bilico sul punto dell’essere: non è materia e non è spirito, è qualcosa d’intermedio, un fenomeno su base materiale come l’arcobaleno sopra la cascata e come la fiamma. Ma benchè non materiale, è sensuale fino al piacere e alla nausea, l’impudenza della materia fattasi suscettibile ed eccitabile, la forma impudica dell’essere. È un segreto e sensibile agitarsi nel casto gelo del tutto, una furtiva e voluttuosa impurità di assorbimento alimentare e di eliminazione, un respiro secretorio di acido carbonico e di cattive sostanze di qualità e provenienza occulte. È il rigoglìo, lo sviluppo, la formazione - resi possibili dalla supercompensazione della loro incostanza e fissati entro innate forme formative - di un turgido composto di acqua, albumina, sale e grassi, che chiamiamo carne e diventa forma, elevata immagine, bellezza, pur essendo la quintessenza della sensualità e della brama. Questa forma infatti e questa bellezza non hanno per base lo spirito, come le opere politiche e musicali, e nemmeno una sostanza neutra, consumata dallo spirito, che innocentemente simboleggi lo spirito, come la forma e la bellezza delle opere figurative. Sono invece sorrette e sviluppate dalla sostanza destatasi misteriosamente alla voluttà, dalla stessa materia organica che esiste e si corrompe, dalla carne odorante...

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categorie: leggere, vanità, sapienza
sabato, 09 febbraio 2008

Che cos'è la vita? -2

Prosegue la riflessione tra deliri pseudo-scientifici anche un po' convulsi.

Che cos'e la vita? Nessuno lo sa. Nessuno conosce il punto naturale da cui scaturisce, in cui si accende. Da quel punto in poi non c’è nulla di immediato o mal mediato nell’ambito della vita: la vita stessa invece appare immediata. Se qualcosa se ne può dire, sarebbe questo: essa dev’essere di una fattura tanto evoluta che nel mondo inanimato non si trova neanche lontanamente qualcosa che le stia a pari. Tra l’ameba pseudopodia e il vertebrato il distacco è esiguo, non importante, in confronto a quello che corre tra il più rudimentale fenomeno di vita e quella natura che non merita neanche di essere definita morta, perchè è inorganica. La morte infatti è soltanto la logica negazione della vita; ma tra la vita e la natura inanimata c’è un abisso che la scienza tenta invano di colmare. Si cercò di superarlo, questo abisso, con teorie che esso ingoia senza per questo perdere alcunchè in profondità e larghezza. Per trovare un anello di congiunzione la scienza si prestò al controsenso dell’ipotesi di una materia vitale priva di struttura, di organismi disorganizzati, i quali precipiterebbero da sè nella soluzione albuminosa come il cristallo nell’acqua Madre.... mentre il differenziamento organico rimane a un tempo condizione e manifestazione di ogni vita, e non si è scoperto nessun essere vivente che non debba la sua esistenza a una procreazione. L’esultanza con la quale si pescò il protoplasma dalla estrema profondità del mare fu alla fine un’umiliazione: risultò che si erano presi sedimenti di gesso per protoplasma. Ma per non doversi arrestare davanti a un miracolo - poichè la vita che si forma con le stesse sostanze della natura inorganica sarebbe improvvisamente un miracolo - si è costretti a credere nella generazione spontanea, cioè nell’origine dell’organico dall’inorganico, che d’altronde è anch’essa un miracolo. Così si continua a escogitare stadi intermedi, a congetturare l’esistenza di organismi inferiori a tutti quelli che si conoscono, che però sarebbero preceduti da tentativi di vita naturale ancor più primitivi, da probii che nessuno vedrà mai perchè sarebbero al di sotto di ogni dimensione microscopica, e la sintesi di combinazioni albuminose dovrebbe essere avvenuta prima della immaginata origine di essi....

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categorie: leggere, vanità, sapienza
venerdì, 08 febbraio 2008

Che cos'è la vita? -1

Leggendo "La montagna incantata" di Thomas Mann non ho potuto fare a meno di notare, tra le altre, queste considerazioni svolte dal protagonista, il "giovane Hans Castorp", all'atto di sfogliare "libri di anatomia, fisiologia e biologia" presso il sanatorio-albergo di cui è ospite fisso dopo essersi scoperto tubercolotico. La traduzione è di Ervino Pocar (Mondadori 1965, più volte ristampata in anni recenti da Corbaccio e TEA).

Che cos’e la vita? Non si sa. Non appena è vita, ha coscienza di sè, senza dubbio, ma non sa che cosa sia. La coscienza in quanto sensibilità agli stimoli si desta, senza alcun dubbio, fino a un certo punto già negli stadi inferiori, meno informati della sua comparsa; non è possibile legare la prima presenza di fatti coscienti a un dato punto della sua storia generale o individuale, condizionare ad esempio, la coscienza all’esistenza di un sistema nervoso. Le infime forme animali non hanno sistema nervoso, men che meno un cervello, eppure nessuno osa negar loro la capacità di avvertire stimoli. Si può anche assopire la vita come tale, non soltanto i particolari organi della sensibilità che essa sviluppa, non solo i nervi. Nel regno vegetale e in quello animale si può annullare temporaneamente la sensibilità di ogni sostanza dotata di vita. Si possono narcotizzare uova e spermatozoi con cloroformio, idrato di cloralio o morfina. Coscienza di sè è dunque semplicemente una funzione della materia ordinata in modo tale che si possa vivere e, rafforzata, la funzione si rivolge contro il proprio substrato, diventa l'aspirazione a sondare e spiegare il fenomeno prodotto, aspirazione, piena di speranze e disperata, della vita a conoscere se stessa, uno sforzo di natura per scandagliare e scavare dentro di sè, sforzo vano in fin dei conti, dato che la natura non può risolversi in conoscenza, la vita non può in fondo indagare se stessa.

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categorie: leggere, vanità, sapienza
domenica, 27 gennaio 2008

L'amicizia-6

Ci siamo, ecco la conclusione del monologo.

Naturalmente la solitudine non mi ha fornito alcuna risposta. Neanche i libri mi hanno risposto in modo esauriente. Nè i libri antichi, gli scritti dei saggi cinesi, ebrei e latini, ne quelli moderni, che usano termini espliciti ma contengono solo parole e non la verità. E poi, in fondo, qualcuno ha mai detto o scritto la verità?... Me lo sono chiesto spesso, quando ho iniziato a indagare nel mio animo e nei libri. Il tempo passava, la vita intorno a me cambiava, calava una sorta di crepuscolo. I libri e i ricordi si accumulavano, si infittivano sempre di piú. E ogni libro conteneva un pizzico di verità, e ogni ricordo mi insegnava che è vano cercare di scoprire la vera natura dei rapporti umani, perchè la conoscenza non ci aiuterà a diventare piú saggi. Ecco perchè non abbiamo il diritto di esigere franchezza e piena fedeltà da chi abbiamo scelto come amico, tanto piú se gli eventi hanno dimostrato che questo amico ci è stato infedele».
«Hai la certezza assoluta» domanda 1’ospite «che questo amico sia stato infedele?».

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categorie: amicizia, leggere, solitudine, libertà, familiarità, sapienza
giovedì, 24 gennaio 2008

L'amicizia-5

Qui si trova, a me pare, il punto più alto della riflessione.

E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo? E se un amico ci delude perchè non è un vero amico, possiamo forse metterlo sotto accusa, rinfacciargli il suo carattere, la sua debolezza? Quanto vale un’amicizia in cui apprezziamo 1’altro per le sue virtú, per la sua fedeltà, la sua perseveranza? Quanto vale un’amicizia che ambisca a essere premiata? Non abbiamo forse il dovere di accettare 1’amico infedele esattamente come quello fedele e pieno di abnegazione? Non è forse questo il contenuto piú autentico di ogni relazione umana, un altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla, assolutamente nulla? E che quanto piú dà tanto meno si aspetta di essere contraccambiato? Chi dedica all’altro tutta la confidenza della giovinezza e tutta 1’abnegazione dell’età virile, oltre al dono piú prezioso che un essere umano possa offrire a un suo simile - la fiducia piú appassionata, cieca e assoluta -, e si veda ripagato con 1’infedeltà e 1’abbandono, ha forse il diritto di offendersi, di volersi vendicare? E se colui che è stato tradito e abbandonato si offende, se grida vendetta, era davvero un amico? Vedi, sono queste le domande alle quali mi sono sforzato di rispondere quando sono rimasto solo.
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categorie: amicizia, leggere, ascoltami, libertà, familiarità, sapienza
mercoledì, 23 gennaio 2008

L'amicizia-4

Ci si avvicina al cuore del discorso.

Il cameratismo o 1’affiatamento assumono talvolta le parvenze dell’amicizia. Gli interessi comuni producono talvolta situazioni che somigliano all’amicizia. E per sfuggire alla solitudine gli uomini indulgono volentieri a rapporti confidenziali di cui in seguito si pentono, ma che per qualche tempo permettono loro di illudersi che la confidenza sia già una forma di amicizia. Naturalmente in questi casi non si tratta mai di vera amicizia. Ci si immagina - e mio padre ne era ancora convinto - che 1’amicizia costituisca un servizio. L’amico, cosí come l’innamorato, non si aspetta di veder ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e 1’accetta cosí com’è, con tutto ció che ne consegue. Questo sarebbe 1’ideale.
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categorie: amicizia, libertà, familiarità
martedì, 22 gennaio 2008

L'amicizia-3

Dalla riflessione all'osservazione, non senza ironia.

L’amicizia, 1’abnegazione, la solidarietà esistono anche tra gli animali. Un principe russo ha scritto qualcosa in proposito... non ricordo piú il suo nome. Leoni, urogalli, ogni genere di creature, fanno del loro meglio per soccorrere i loro simili in difficoltà, anzi, ho constatato con i miei occhi che a volte prestano aiuto anche ad animali di specie diversa. Ti è mai capitata qualche esperienza del genere, mentre stavi all’estero? Da quelle parti 1’amicizia sarà senz’altro diversa, piú progredita e moderna di quanto non lo sia qui da noi, nel nostro mondo arretrato. Le creature viventi si organizzano per prestarsi aiuto a vicenda... a volte hanno difficoltà a superare gli ostacoli che si frappongono al loro intenvento, peró esistono sempre, in tutte le comunità vitali, delle creature forti pronte a offrire il loro aiuto. Come ti ho detto, ho incontrato centinaia di esempi nel mondo animale. Tra gli uomini, gli esempi che ho rintracciato sono piú rari. Per 1’esattezza, non ne ho trovato neanche uno. Le simpatie che ho visto nascere tra gli uomini sono sempre naufragate, alla fine, nelle paludi dell’egoismo e della vanità.
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categorie: animali, amicizia, ironia, familiarità
lunedì, 21 gennaio 2008

L'amicizia-2

Il discorso prosegue facendosi un po' più filosofico, anche solo per distinguere e caratterizzare l'indole dei due protagonisti.

Su che cos’altro, dunque? Non c’è forse un pizzico di eros al fondo di tutte le relazioni umane? Qui, nella mia solitudine, in mezzo alla foresta, mentre mi sforzavo, non avendo altro da fare, di comprendere i fatti della vita, qualche volta me lo sono chiesto. Naturalmente 1’amicizia non ha nulla in comune con le inclinazioni di coloro che cercano di soddisfare il loro desiderio distorto con persone dello stesso sesso. L’eros dell’amicizia non ha bisogno dei corpi... essi, anzi, lo disturbano piu di quanto non lo attraggano. Ma si tratta pur sempre di eros. C’è eros al fondo di tutti gli affetti e di tutte le relazioni umane. Sai, ho letto parecchio» dice quasi scusandosi. «Oggi si scrive molto piú liberamente su queste cose. Ma ho letto e riletto anche Platone, perchè a scuola non lo capivo ancora. Mi sono detto - e certamente tu, che hai girato il mondo piú di me, ne sai molto piú di quanto ne sappia io nella mia solitudine campestre - che l’amicizia e il rapporto piú nobile che esista fra gli esseri umani. È strano, ma anche gli animali lo conoscono.
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categorie: amicizia, solitudine, familiarità
domenica, 20 gennaio 2008

L'amicizia-1

Un libro pubblicato nel 1942 è stato il caso letterario del 1998 in Italia, anno in cui è stato tradotto per la prima volta (Adelphi, a cura di Marinella D'Alessandro). Si tratta di "Le braci" di Sàndor Màrai, scrittore ungherese dalla vita tormentata a causa delle grandi guerre della prima metà del Novecento, morto infine suicida nel 1989.
Il libro è una straordinaria riflessione sull'amicizia e ne comincio a trascrivere le pagine centrali.

«Vorrei proprio sapere» prosegue il generale come se stesse parlando tra sè «se 1’amicizia esiste veramente. Non mi riferisco al piacere occasionale di due persone che si rallegrano di essersi incontrate perchè a un certo punto della vita si trovano a ragionare nella stessa maniera su determinate questioni, si scoprono gli stessi gusti e preferiscono gli stessi svaghi. Tutto questo non ha niente a che fare con 1’amicizia. A volte mi sembra quasi che essa rappresenti la relazione piú intima che esiste nella vita... Forse per questo è talmente rara. E su cosa si fonda, allora? Sulla simpatia? È un termine improprio, troppo blando: non si puó dire che la simpatia sia sufficiente a indurre due persone a farsi carico l’una dell’altra nelle situazioni piú critiche della loro esistenza.
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categorie: amicizia, leggere, familiarità
lunedì, 24 dicembre 2007

La sovrana lettrice

Alan Bennett ha grandi doti di ironia e lo conferma nel volume da poco tradotto in Italia per Adelphi da Monica Pavani col titolo "La sovrana lettrice" (The Uncommon Reader).
Cos'è mai leggere, dunque?

«Ma qualcuno l'avrà pure ragguagliata, Maestà?».
«Certamente», disse la regina, «ma ragguagliare non è leggere. Anzi, è l'esatto contrario. Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre».
«Se mi consente, sarebbe il caso di ritornare alla visita al calzaturificio, Maestà» disse sir Kevin.
«La prossima volta» tagliò corto la regina. «Dove ho messo il mio libro?».
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categorie: leggere, ironia
venerdì, 07 dicembre 2007

Gaber, chi era costui?

Un grande personaggio, Giorgio Gaber, capace di passare in un istante dalla astrazione della logica più stringente ad una tenerezza e delicatezza staordinarie. Vedi "Il dilemma", "Destra-Sinistra", "La libertà" (che "non è stare sopra un albero", d'accordo, ma "non è neanche avere un'opinione"!), "Quando sarò capace di amare" e così via. Questo è uno dei suoi paradossi su "La solitudine":

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.
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categorie: musica, poesia, solitudine, libertà, gaber, familiaritÃ