Parlando di Maria e della gelosia che suscita in lui il pensiero di lei, Hans il clown fa considerazioni interessanti, da leggere fino in fondo.
«Una donna può con le sue mani esprimere tante cose, dare l’illusione di tante cose che in confronto le mani maschili mi fanno sempre l’effetto di pezzi di legno. Le mani maschili sono mani che si stringono per salutare, mani che picchiano, mani che sparano naturalmente e mani che firmano. Stringere, picchiare, sparare, firmare assegni sbarrati: questo è tutto quello che le mani maschili sanno fare e… naturalmente lavorare. Le mani femminili non sono già più quasi mani, sia che spalmino il burro sul pane sia che liscino i capelli sulla fronte. Nessun teologo ha mai avuto l’idea di fare una predica a proposito delle mani femminili nel Vangelo: Veronica, Maddalena, Marta e Maria, una quantità di mani di donna si muovono nel Vangelo, mani piene di tenerezza per il Cristo. Invece di questo parlano delle leggi, dei principi dell’ordine, dell’arte dello Stato. Cristo, per così dire in privato, ha avuto a che fare quasi esclusivamente con donne. Naturalmente aveva bisogno di uomini, perché vi sono quelli che, come Kalick, hanno un rapporto con il potere, hanno il senso dell’organizzazione e tutte queste sciocchezze. Aveva bisogno di uomini, così come per fare un trasloco si ha bisogno di imballatori e di facchini, per il lavoro pesante, per così dire, e Pietro e Giovanni erano così teneri che erano già quasi più uomini, mentre Paolo era molto virile, proprio come si conviene a un romano. […] Nelle mani di Maria persino il denaro perdeva la sua ambiguità, lei aveva una maniera meravigliosa di comportarsi con il denaro, incurante e attenta al tempo stesso. […] Una volta pagò a un cameriere di Gottinga un cappotto d’inverno per il suo bambino che doveva cominciare le scuole, e in viaggio pagava continuamente differenze di classe e sovrapprezzi per il rapido a povere nonnine che si smarrivano in treno in uno scompartimento di prima classe, mentre si mettevano in viaggio per andare a un funerale. C’è un numero straordinario di nonne che prendono il treno per andare al funerale di figli, nipoti, nuore e generi – talvolta naturalmente ci sono anche quelle che civettano un poco, con quella loro aria smarrita di vecchie nonnine – e che si lasciano cadere cariche di valigie e pacchetti pieni di salame, lardo e torte fatte in casa in scompartimenti di prima classe. […] Maria si appassionava sempre a queste storie, le trovava straordinariamente interessanti e parlava di “vita vissuta”; quello che mi stancava in queste cose era il continuo ripetersi degli identici elementi. Fra Dortmund e Hannover c’erano tante nonne con nipoti assistenti delle ferrovie e con nuore che morivano precocemente perché “non mettono più al mondo tutti i figli, le donne del giorno d’oggi, ecco perché”. […] credo che Züpfner l’abbia sposata per “salvarla” e lei lo abbia fatto per “salvare” lui e non ero del tutto sicuro che lui le avrebbe permesso di usare il suo denaro per pagare il supplemento del rapido o la differenza dalla seconda alla prima classe a tutte le nonnine che incontravano in viaggio. Non che fosse avaro, ma era privo di esigenze in una maniera snervante, come Leo. Non privo di esigenze come San Francesco d’Assisi, che restava privo di esigenze pur riuscendo a immaginare le esigenze degli altri.»
Il penultimo capitolo si chiude con il colloquio col fratello Leo. Nonostante la buona volontà, Leo commette l’errore di lasciar trasparire il contatto con Züpfner e non sembra disposto a rinunciare alle regole del seminario per cercare di risollevare in qualche modo la condizione dell’orgoglioso fratello. L’ultima battuta ci rivela finalmente, ma forse anche amaramente, l’animo poetico dell’artista.
«”Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?” domandò Leo.
“Sono un clown” risposi “e faccio raccolta di attimi. Ciao.” E riattaccai.»
