Le ultime pubblicazioni dei Marlene Kuntz si caratterizzano per testi più meditativi e nel contempo capaci di raggiungere un pubblico più ampio grazie ad armonie un po' meno dissonanti, ma non certo inclini a compiacere le attese dell'orecchio degli ascoltatori. Questo appare come il frutto di una raggiunta padronanza dei mezzi musicali e di una sempre maggiore ed aperta consapevolezza del proprio cammino intellettuale da parte di Cristiano Godano, cantante e principale autore dei testi della band (il quale ha pubblicato nel 2008 la raccolta di racconti "I vivi" presso Rizzoli).
Il nome stesso dell'ultimo album, "Uno" (2007), e alcune tematiche presenti in esso derivano da suggestioni ricavate dalla lettura di e su Vladimir Nabokov. Per l'inizio del 2009 è annunciata la pubblicazione della prima raccolta dei loro successi.
Tornando a "Biancosporco", si può intuire come la scelta di questo nome rimandi alla aspirazione continuamente fustrata dalla stessa natura umana di poter vivere in purezza e pienezza di sentimenti. L'arte è una delle vie possibili per non arrendersi del tutto e cercare ancora la "Bellezza". Ovunque.
Nome che suscita curiosità quello dei "Marlene Kuntz" così come è del tutto originale in Italia il successo del loro percorso musicale: dai primi dischi di ispirazione punk, alternative e noise rock fino alle attuali produzioni, per le quali vantano invidiabili collaborazioni quali i produttori e ingegneri del suono di P. J. Harvey e Nick Cave. Uno dei progetti più interessanti del gruppo cuneese è la sonorizzazione con improvvisazioni dal vivo del film muto "La signorina Else", tratto da un romanzo di Arthur Schnitzler.
L'album "Biancosporco" del 2005 è senz'altro uno dei loro lavori più compiuti e diversi sono gli spunti interessanti: la difficoltà di aderire ad una realtà sorda "E forse,/ magari è vero,/ converrebbe di più essere semplici in tutto/... E forse,/ anzi: sicuro,/ io so che non riuscirò a fare questo del tutto./ Mai" ("Mondo cattivo"), la certezza derivata dall'esperienza che "ci riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là" ("A chi succhia"), il coraggio di affrontare temi mitologici come "La lira di Narciso" e ancora apertamente letterari eppure di stretta attualità come in "La cognizione del dolore".
Questa è il rapporto con la realtà per "Il solitario", soprannome di Neil Young (il corsivo è mio).
Il solitario, in assenza di loquacità
è avvoltolato in un enigma,
siede pensoso al limitare della realtà
accavallando le sue lunghe gambe.
Lo puoi notare perchè è un indecifrabile.
Porta il suo sguardo negli accessi a cosa non si sa
e li pervade di fascino.
Si tocca il mento e si schermisce alla gestualità
di chi sta accanto e lo incomoda.
Lo puoi giurare in sintonia con i fatti suoi,
quand'anche siano sostanzialmente guai, perchè nel suo mondo è pace
ed è per questo che lui lo abita.
Il solitario, in gran miseria di calorosità,
sta bene al largo di un dilemma che prima o poi avrà
e non si chiede come tutta la faccenda finirà.
No, non si chiede come finirà.
Ma non si chiede se l'amore che non dà
si vestirebbe un giorno di fatalità,
lo stesso amore che non prende
e che vestito a lutto a prenderlo verrà.
Lo stesso amore che non prende
e che, bellissimo, a prenderlo verrà.
Tra le più belle canzoni di Roberto Vecchioni ce n'è anche una il cui sottotitolo è "gli ultimi giorni di Sancho P." Forse alla maggior parte delle persone è toccato il ruolo di scudieri e magari in una lotta in cui credeva pure più del proprio condottiero, ma senza dimostarlo e potendo sfoggiare un certo realistico distacco. E chissà quanto può pesare vivere e non vivere del tutto l'avventura.
Qualunque cosa si sia vissuta, l'onestà è con se stessi: chi può non dire "Per amore mio"?
Ragazza, noi siamo bugie del tempo
appesi come foglie al vento di Mistral
non eri ancora nata e già ti avevo dentro
come stanotte in questa casa di Alcazar
ma più bello di averti è quando ti disegno
niente ha più realtà del sogno
il mondo non esiste
il mondo non è vero
e ho sognato di me
Per amore, solo per amore
dei miei occhi, delle mie parole
con la frutta marcia fra le mani
con la donna che non c'è domani
Per amore, solo per amore
del bambino perso sulle scale
per tenermi se le gambe tremano
e vedere dove gli altri guardano
no, Sancho non muore
Ho combattuto il cuore dei mulini a vento
insieme a un vecchio pazzo che si crede me
ho amato Dulcinea insieme ad altri cento
ho cantato per lei, ma perché?
In un paese d'ombre fra la terra e il cielo
ora sogno di te
Per amore, solo per amore
dei miei gesti, delle mie parole
delle notti che me li confondo insieme
e del vino lento fiume nelle vene
Per amore, solo per amore
di quel viso che non può tornare
della stella che non può cadere giù
la tua mano che non sa tenermi più
Per amore, solo per amore mio
ho giocato sempre a strabiliare
Per amore, solo per amore mio
dietro un velo che non puoi arrivarci tu
Per amore, solo per amore mio
Ma è davvero uno strumento tanto "neutro" l'arte? E dedicarsi con tutto se stessi a strumenti "impassibili" rende altrettanto singolare ed estranea ad ogni responsabilità la vita di un uomo?
Saltiamo ancora avanti nel libro, fino a uno dei dialoghi con l'uomo che ha su di sè i segni della risposta e alimenta uno dei fili più importanti della trama.
"E che ne è della sua responsabilità?"
"Non capisco."
"Anche lei è responsabile di quello che succede nel quadro."
Faulques posò il pennello corto che aveva in mano - il colore acrilico si era seccato, indurendolo, constatò infastidito - e poi si avvicinò alla parete fino a mettersi accanto a Markovic, incrociando le braccia. Guardando quello che l'altro guardava. I disegni erano abbastanza eloquenti, stabilì. Benchè non si reputasse un pittore straordinario, lo consolava la certezza di possedere una certa mano per il disegno. E in fin dei conti, quei tratti variegati ed espressivi contenevano davvero la guerra. Erano desolazione e solitudine: quella degli uomini morti. Tutti i morti che aveva fotografato nel corso della sua vita parevano essere soli. Nessuna solitudine era più perfetta della loro, assoluta e irreparabile. Lo sapeva molto bene. Disegno o colore a parte, il suo vantaggio era forse questo, decise. Ciò che dava consistenza al lavoro che realizzava nella torre. Nessuno gli aveva raccontato ciò che raccontava.
"Non sono sicuro della parola: responsabilità. Ho sempre cercato di essere l'uomo che guardava. Un terzo uomo indifferente."
Senza togliere gli occhi dal dipinto, Markovic scosse la testa.
"Si è sbagliato direi. Credo che nessuno sia indifferente. Anche lei è dentro il quadro... Ma non solo come parte, anche come agente, ecco. Come causa."
"
È singolare sentirglielo dire."
"Perchè le sembra singolare?"
Faulques non rispose. Ricordava adesso, un po' sconcertato, quello che il suo amico scienziato aveva aggiunto quando conversavano sul caos e le sue leggi: che un elemento basilare della meccanica quantistica era che l'uomo creava la realtà nell'atto di osservarla. Prima dell'osservazione, ciò che esisteva davvero erano tutte le situazioni possibili. Bastava guardare la natura perchè si concretizzasse, operando una scelta. C'era, pertanto, un'indeterminatezza intrinseca di cui l'uomo era più testimone che protagonista, O, volendo andare in fondo alla questione, entrambe le cose insieme: tanto vittima quanto colpevole.
Restarono a guardare il murale, in silenzio, immobili. Uno di fianco all'altro. Poi Markovic si tolse la sigaretta di bocca. Adesso si piegava leggermente per osservare meglio i due uomini che si pugnalavano avvinghiati in primo piano, nella parte inferiore del dipinto.
"
È vero che certi fotografi pagano perchè la gente venga uccisa davanti ai loro obiettivi?"
Faulques scosse piano la testa, da una parte all'altra. Due volte.
"No. Almeno non nel mio caso." La scosse una terza volta. "Mai." [...]
E subito oltre, ripensando ad alcune foto.
[...] Stavolta Faulques fotografava con una macchina motorizzata per l'avanzamento automatico tra uno scatto e l'altro, clic, clic, clic, clic, clic, clic, clic, clic, otto volte, una serie completa a 1/500 di velocità di otturazione e 8 di diaframma. La quinta era stata la migliore: quella dove il moribondo, la faccia appena visibile tra gli schizzi rossi, alzava braccia e gambe. Poi, quando il miliziano somalo aveva notato il fotografo - Faulques si era avvicinato con impeccabile cautela tattica mentre Olvido sussurrava di non farlo, ti prego, resta qui e non ti muovere - gli aveva indirizzato una smorfia spavalda, il fucile impugnato con entrambe le mani, mettendo un piede sul petto del cadavere alla maniera del cacciatore in posa con il suo trofeo. Meik mi uan foto. Sorriso e relax. E Faulques, alzando di nuovo la macchina, aveva finto di scattare anche quell'immagine. Aveva già ritratto una scena identica a Tessenei, in Eritrea: due guerriglieri dell'Fle che posavano con il fucile in mano, uno con un piede sul collo di un soldato etiope morto. Era fuori questione pubblicare due volte la stessa foto; senza senso plagiare se stesso.
Andrès Faulques aveva guardato sempre molto lontano, era qualcosa di diverso dal comune quello che chiedeva all'arte. Lo si può leggere chiaramente qualche pagina dopo in riferimento ad una foto-chiave per il romanzo, scattata ad un soldato croato ai tempi della battaglia di Vukovar, frutto di esperienza e casualità insieme.
"L'armonia di linee e di forme non aveva altro oggetto che arrivare alle chiavi intime del problema. Niente a che vedere con l'estetica, né tanto meno con l'etica che altri fotografi usavano - dicevano di usare - come filtro dei loro obiettivi e del loro lavoro. Per lui tutto si era ridotto a muoversi nell'affascinante reticolo della vita e i suoi danni collaterali. Le sue fotografie erano come gli scacchi: dove altri vedevano lotta, dolore, bellezza o armonia, Faulques osservava solo combinazioni di enigmi. Lo stesso valeva per il grande dipinto a cui lavorava adesso. Quanto cercava di risolvere su quella parete circolare era agli antipodi da ciò che la maggior parte delle persone chiamava arte. O forse accadeva che, una volta lasciato dietro di sè un certo punto ambiguo e senza ritorno dove, ormai prive di passione, languivano etica ed estetica, l'arte si trasformava - e forse le parole adeguate erano di nuovo - in una formula fredda e in qualche modo efficace. Uno strumento impassibile per contemplare la vita".
Mi ha incuriosito a prima vista il titolo "Il pittore di battaglie" (Tropea 2007, trad. di R. Bovaia) e la bandella aveva il tono giusto: "In un'antica torre di guardia sul Mediterraneo, Faulques, ex-fotoreporter di guerra, dipinge un immenso affresco circolare: il paesaggio atemporale di una battaglia, la fotografia che non è mai riuscito a scattare, il caos del mondo dall'assedio di Troia ai giorni nostri. Dopo trent'anni di prima linea in tante guerre, infatti, ha deciso di ritirarsi in solitudine non solo per gli orrori ai quali ha assistito ma anche per il proprio lavoro che non sempre è stato oggettivo e innocente come avrebbe dovuto". E addirittura vi si prometteva di fornire la chiave di lettura di tutta l'opera dell'autore, Arturo Pèrez-Reverte, incontrandosi nel romanzo "l'arte, la scienza, la guerra, l'amore, la responsabilità e la solitudine". Non prometteva invano.
Cosa si è aspettato e si aspetta dall'arte il protagonista.
"Se Faulques era conosciuto in determinati ambienti e circoli professionali, non era per la sua opera pittorica. Dopo le prime divagazioni giovanili, e durante il resto della sua vita professionale, il disegno e i pennelli erano rimasti indietro, lontani - almeno così aveva creduto lui fino a una data recente - dalle situazioni, dai paesaggi e dalle genti registrati attraverso il mirino della sua macchina fotografica: la materia del mondo di colori, sensazioni e volti che avevano costituito la sua ricerca dell'immagine definitiva, il momento allo stesso tempo fugace ed eterno che spiegasse il tutto. La regola occulta che metteva ordine nell'implacabile geometria del caos. Paradossalmente, solo da quando aveva attaccato al chiodo le macchine fotografiche e impugnato di nuovo i pennelli in cerca della prospettiva - rassicurante? - che non era mai riuscito a cogliere con una lente, Faulques si sentiva più vicino a ciò che, durante tutto il tempo aveva cercato senza trovarlo. Forse, dopotutto - pensava adesso - la scena non era mai stata davanti ai suoi occhi, nel verde chiaro di una risaia, nel brulichio di un suk, nel pianto di un bambino o nel fango di una trincea, ma dentro di lui: nella risacca della sua stessa memoria e nei fantasmi che ne lambiscono le rive. Nel tratto di disegno e di colore, lento, minuzioso, riflessivo, che è possibile solo quando il polso batte ormai piano. Quando i vecchi dèi meschini, con quel che ne consegue, smettono di infastidire l'uomo con odi e favori".
Una partita a scacchi è gioco e sfida con un avversario e con se stessi. Giochi simili sono noti fin dall'antichità sia in Occidente sia in Oriente, ma le sue caratteristiche odierne ci parlano del medio evo.
Ne esce premiata la logica, la capacità di figurarsi il maggior numero di conseguenze possibili, la memoria, l'astuzia, la pazienza, la concentrazione, ma anche la psicologia, l'attitudine a immedesimarsi in chi si ha di fronte, il riuscire a immaginare quale sarà il tipo di strategia scelto tra le numerose possibilità.
Gli scacchi sono stati scelti come protagonisti da Paolo Maurensig per il suo primo libro, "La variante di Lüneburg" (Adelphi, 1993). La sfida al destino è una sfida all'avversario che il destino ci ha posto di fronte e spesso è necessario un grande lavoro interiore che lascia sfiniti. Alcune partite continuano nella vita e la alimentano.
"Questa è, in primo luogo, la storia di una rivalità, che si manifestò proprio su una scacchiera, su quel riquadro che può sembrare ristretto solo a chi non voglia o non possa vederne la profondità: poichè si tratta invece di un mondo per nulla limitato e niente affatto innocuo, dal momento che ciò che vi si perpetua, avvalendosi di un atto creativo che a volte assume l'aspetto di un'autentica opera d'arte, è un'azione di un'inaudita violenza, una forma di omicidio bianco, inapparente, il cui esito viene riconosciuto e condiviso unicamente dai due contendenti. Non c'è nulla che leghi due persone quanto una seria sfida su una scacchiera. Esse diventano le opposte polarità di una creazione mentale che è opera di entrambi, ma in cui uno si annulla a vantaggio dell'altro.Non esiste più dura e inappellabile sconfitta di quella a cui si va incontro in questo gioco; se ne porteranno i segni per tutta la vita. L'anima, come il corpo, non ha la capacità di riformarsi, e tutto ciò che in seguito potrà risvegliare il ricordo di questa mutilazione sarà violentemente osteggiato."
Non è l'inizio del libro, anche se è l'inizio del racconto di una delle vicende che vi si intrecciano.
Diverse pagine prima si può leggere ancora come gli scacchi si prestino benissimo ad essere una metafora della vita. Più di quanto ci rendiamo conto, più di quanto non ci sia già stato fatto notare in altre opere su di essi.
"Ogni scelta implica, di per sè, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali. E a questa regola dovetti infine sottostare anch'io."
Chissà cosa competerà davvero alla nostra coscienza?
E a quella delle numerose famiglie di operai che per mantenersi lavorano nelle industrie di armi?
Il viso di Kalashnikov è sereno in ogni foto. Con la fronte spigolosa slava e gli occhi da mongolo che invecchiando divengono sempre più feritoie sottili. Dorme il sonno dei giusti. Va a letto magari non felice ma sereno, le pantofole sotto il letto, in ordine; anche quando è serio ha le labbra tirate ad arco come il viso di Palla di Lardo in Full Metal Jacket. Sorridono le labbra, ma non il viso. Quando guardo i ritratti di Michail Kalashnikov penso sempre ad Alfred Nobel, famoso per il premio omonimo, ma in realtà padre della dinamite. Le foto di Nobel negli anni successivi alla realizzazione della dinamite - dopo che comprese l’uso che avrebbero fatto della sua miscela di nitroglicerina e argilla - lo ritraggono devastato dall’ansia, con le dita che tormentano la barba. Sarà forse una mia suggestione, ma quando guardo le foto di Nobel, le sopracciglia tirate in alto e gli occhi persi, sembrano dire un’unica cosa: «Non volevo. Intendevo aprire le montagne, sbriciolare massi, creare gallerie. Non volevo tutto quello che è accaduto». Kalashnikov ha invece sempre un’aria serena, di vecchio pensionato russo, con tanti ricordi per la testa. Te lo immagini con l’alito di vodka a raccontarti di qualche amico con cui ha vissuto il tempo della guerra, o mentre a tavola ti bisbiglia che da giovane riusciva a resistere a letto ore senza fermarsi mai. Sempre nel gioco infantile delle suggestioni, la faccia di Michail Kalashnikov sembra dire: «Va tutto bene, non sono problemi miei, ho solo inventato un mitra. Come, lo usano gli altri non mi riguarda». Una responsabilità tracciata entro i confini della propria carne, circoscritta dal gesto. Quello che la propria mano ha fatto è quello che compete alla propria coscienza. È questo uno degli elementi che credo faccia diventare il vecchio generale l’icona involontaria dei clan dell’intero globo. Michail Kalashnikov non è un trafficante d’armi, non conta nulla nelle mediazioni d’acquisto dei mitra, non ha influenza politica, non possiede personalità carismatica ma porta con sé l’imperativo quotidiano dell’uomo al tempo del mercato: fa’ quello che devi fare per vincere, il resto non ti riguarda.
Ancora sugli effetti: nato all'interno di una ideologia, ottiene il massimo e l'uguaglianza anche nell'ideologia che le si era contrapposta.
"[...] È il vero simbolo del liberismo. L’icona assoluta. Potrebbe divenirne l’emblema: non importa chi sei, non importa che pensi, non importa da dove provieni, non importa che religione hai, non importa contro chi e a favore di cosa, basta che quello che fai lo fai con il nostro prodotto. Con cinquanta milioni di dollari è possibile acquistare circa duecentomila mitra. Ossia, con cinquanta milioni di dollari è possibile creare un piccolo esercito. Tutto ciò che distrugge i vincoli politici e di mediazione, tutto ciò che permette un enorme consumo e un esponenziale potere diviene vincente sul mercato; e Michail Kalashnikov, con la sua invenzione, ha permesso a tutti i gruppi di potere e micropotere di avere uno strumento militare. Nessuno, dopo l’invenzione del kalashnikov, può dire di essere stato sconfitto perchè non poteva accedere alle armi. Ha svolto un’operazione di eguaglianza: armi per tutti, massacri per ognuno. La battaglia non più territorio solo per eserciti. Su scala internazionale il kalashnikov ha fatto ciò che i clan secondiglianesi hanno fatto a livello locale, liberalizzando in maniera totale la cocaina e permettendo a chiunque di diventare narcotrafficante, consumatore, venditore al dettaglio liberando il mercato dalla mera mediazione criminale e gerarchica. Allo stesso modo il kalashnikov ha permesso di far divenire soldati tutti, anche bambini e ragazzine smilze; e ha trasformato in generali di corpo d’armata persone che non riuscirebbero a guidare un gregge di dieci pecore. Comprare mitra, sparare, consumare persone e cose, e tornare a comprare. Il resto è solo dettaglio."
Gli effetti indiretti (?) di questo onesto lavoro.
"Al mondo non esiste cosa, organica o disorganica, oggetto metallico, elemento chimico, che abbia fatto più morti dell’Ak-47. Il kalashnikov ha ucciso più della bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki, più del virus dell’HIV, più della peste bubbonica, più della malaria, più di tutti gli attentati dei fondamentalisti islamici, più della somma dei morti di tutti i terremoti che hanno agitato la crosta terrestre. [...] L’AK-47 è un mitra che riesce a sparare nelle condizioni più disparate. Incapace di incepparsi, pronto a sparare anche sporco di terra, anche se zuppo d’acqua, comodo da impugnare, con un grilletto morbido che può essere premuto anche da un bambino. Fortuna, errore, imprecisione, tutti gli elementi che fanno salva la vita durante gli scontri sembrano eliminati dalla certezza dell’AK-47, uno strunento che ha impedito al fato di avere un ruolo. Facile da usare, facile da trasportare, spara con un efficienza che permette di uccidere senza nessun tipo d’addestramento. «È capace di trasformare in combattente anche una scimmia» dichiarava Cabila, il temibile leader politico Congolese. Nei conflitti degli ultimi trent’anni più di cinquanta paesi hanno usato il kalashnikov come fucile d’assalto dei loro eserciti. Stragi per perpetrate col kalashnikov - accertate dall’ONU - sono avvenute in Algeria, Angola, Bosnia, Burundi, Cambogia, Cecenia, Colombia, Congo, Haiti, Kashmir, Mozambico, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Uganda. Più di cinquanta eserciti regolari possiedono il kalashnikov, ed è impossibile fare una statistica dei gruppi irregolari, paramilitari, guerriglieri che lo utilizzano.
Sono morti sotto il fuoco del kalashnikov Sadat nel 1981, il generale Dalla Chiesa nel 1982, Ceausescu nel 1989. Nel palazzo della Moneda, Salvador Allende fu trovato con in corpo proiettili di kalashnikov. E queste morti eccellenti sono il vero ufficio stampa storico del mitra. L’Ak-47 è persino finito nella bandiera del Mozambico e in centinaia di simboli di gruppi politici, da Al Fatah in Palestina all’MRTA in Perù."
Niente di ciò che facciamo è senza conseguenze. Qualcosa, però, offusca la presa di coscienza del fine dei nostri gesti.
Roberto Saviano ci ricorda anche questo con "Gomorra" (Mondadori, 2005).
"Kalashnikov è un vecchio di ottantaquattro anni arzillo e ben conservato. Lo invitano ovunque, una sorta di icona mobile sostitutiva del fucile mitragliatore più celebre al mondo. Prima di andare in pensione come generale di corpo d’armata percepiva uno stipendio fisso di cinquecento rubli, all’epoca più o meno un mensile di cinquecento dollari. Se Kalashnikov avesse avuto la possibilità di brevettare il suo mitra in Occidente, ora sarebbe sicuramente tra i più ricchi al mondo. [...]
Michail Kalashnikov rispondeva automaticamente, sempre le stesse risposte qualunque fosse la domanda, servendosi di un inglese liscio, imparato da adulto, usato come un cacciavite per svitare un bullone. Mariano gli faceva domande inutili e generiche - un modo per abbassare il suo livello di ansia – sul mitra: «Non ho inventato quell’arma perchè venisse venduta a scopo di lucro, ma solo ed esclusivamente per difendere la madre patria all’epoca in cui ne aveva bisogno. Se potessi tornare indietro rifarei le stesse cose e vivrei nello stesso modo. Ho lavorato tutta la vita e la mia vita è il mio lavoro». Una risposta che ripete a ogni domanda sul suo mitra."