sabato, 03 gennaio 2009

Marlene-1

Nome che suscita curiosità quello dei "Marlene Kuntz" così come è del tutto originale in Italia il successo del loro percorso musicale: dai primi dischi di ispirazione punk, alternative e noise rock fino alle attuali produzioni, per le quali vantano invidiabili collaborazioni quali i produttori e ingegneri del suono di P. J. Harvey e Nick Cave. Uno dei progetti più interessanti del gruppo cuneese è la sonorizzazione con improvvisazioni dal vivo del film muto "La signorina Else", tratto da un romanzo di Arthur Schnitzler.
L'album "Biancosporco" del 2005 è senz'altro uno dei loro lavori più compiuti e diversi sono gli spunti interessanti: la difficoltà di aderire ad una realtà sorda "E forse,/ magari è vero,/ converrebbe di più essere semplici in tutto/... E forse,/ anzi: sicuro,/ io so che non riuscirò a fare questo del tutto./ Mai" ("Mondo cattivo"), la certezza derivata dall'esperienza che "ci riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là" ("A chi succhia"), il coraggio di affrontare temi mitologici come "La lira di Narciso" e ancora apertamente letterari eppure di stretta attualità come in "La cognizione del dolore".
Questa è il rapporto con la realtà per "Il solitario", soprannome di Neil Young (il corsivo è mio).


Il solitario, in assenza di loquacità
è avvoltolato in un enigma,
siede pensoso al limitare della realtà
accavallando le sue lunghe gambe.

Lo puoi notare perchè è un indecifrabile.
Porta il suo sguardo negli accessi a cosa non si sa
e li pervade di fascino.
Si tocca il mento e si schermisce alla gestualità
di chi sta accanto e lo incomoda.

Lo puoi giurare in sintonia con i fatti suoi,
quand'anche siano sostanzialmente guai,
perchè nel suo mondo è pace
ed è per questo che lui lo abita.


Il solitario, in gran miseria di calorosità,
sta bene al largo di un dilemma che prima o poi avrà
e non si chiede come tutta la faccenda finirà.
No, non si chiede come finirà.

Ma non si chiede se l'amore che non dà
si vestirebbe un giorno di fatalità,
lo stesso amore che non prende
e che vestito a lutto a prenderlo verrà.
Lo stesso amore che non prende
e che, bellissimo, a prenderlo verrà.
postato da: Gnafamo alle ore 21:47 | link | commenti | commenti
categorie: musica, arte, leggere, solitudine, gadda, narciso, marlene kuntz, neil young, nick cave, schnitzler, innocenza, p j harvey
venerdì, 05 settembre 2008

Clown-3

Parlando di Maria e della gelosia che suscita in lui il pensiero di lei, Hans il clown fa considerazioni interessanti, da leggere fino in fondo.

 

«Una donna può con le sue mani esprimere tante cose, dare l’illusione di tante cose che in confronto le mani maschili mi fanno sempre l’effetto di pezzi di legno. Le mani maschili sono mani che si stringono per salutare, mani che picchiano, mani che sparano naturalmente e mani che firmano. Stringere, picchiare, sparare, firmare assegni sbarrati: questo è tutto quello che le mani maschili sanno fare e… naturalmente lavorare. Le mani femminili non sono già più quasi mani, sia che spalmino il burro sul pane sia che liscino i capelli sulla fronte. Nessun teologo ha mai avuto l’idea di fare una predica a proposito delle mani femminili nel Vangelo: Veronica, Maddalena, Marta e Maria, una quantità di mani di donna si muovono nel Vangelo, mani piene di tenerezza per il Cristo. Invece di questo parlano delle leggi, dei principi dell’ordine, dell’arte dello Stato. Cristo, per così dire in privato, ha avuto a che fare quasi esclusivamente con donne. Naturalmente aveva bisogno di uomini, perché vi sono quelli che, come Kalick, hanno un rapporto con il potere, hanno il senso dell’organizzazione e tutte queste sciocchezze. Aveva bisogno di uomini, così come per fare un trasloco si ha bisogno di imballatori e di facchini, per il lavoro pesante, per così dire, e Pietro e Giovanni erano così teneri che erano già quasi più uomini, mentre Paolo era molto virile, proprio come si conviene a un romano. […] Nelle mani di Maria persino il denaro perdeva la sua ambiguità, lei aveva una maniera meravigliosa di comportarsi con il denaro, incurante e attenta al tempo stesso. […] Una volta pagò a un cameriere di Gottinga un cappotto d’inverno per il suo bambino che doveva cominciare le scuole, e in viaggio pagava continuamente differenze di classe e sovrapprezzi per il rapido a povere nonnine che si smarrivano in treno in uno scompartimento di prima classe, mentre si mettevano in viaggio per andare a un funerale. C’è un numero straordinario di nonne che prendono il treno per andare al funerale di figli, nipoti, nuore e generi – talvolta naturalmente ci sono anche quelle che civettano un poco, con quella loro aria smarrita di vecchie nonnine – e che si lasciano cadere cariche di valigie e pacchetti pieni di salame, lardo e torte fatte in casa in scompartimenti di prima classe. […] Maria si appassionava sempre a queste storie, le trovava straordinariamente interessanti e parlava di “vita vissuta”; quello che mi stancava in queste cose era il continuo ripetersi degli identici elementi. Fra Dortmund e Hannover c’erano tante nonne con nipoti assistenti delle ferrovie e con nuore che morivano precocemente perché “non mettono più al mondo tutti i figli, le donne del giorno d’oggi, ecco perché”. […] credo che Züpfner l’abbia sposata per “salvarla” e lei lo abbia fatto per “salvare” lui e non ero del tutto sicuro che lui le avrebbe permesso di usare il suo denaro per pagare il supplemento del rapido o la differenza dalla seconda alla prima classe a tutte le nonnine che incontravano in viaggio. Non che fosse avaro, ma era privo di esigenze in una maniera snervante, come Leo. Non privo di esigenze come San Francesco d’Assisi, che restava privo di esigenze pur riuscendo a immaginare le esigenze degli altri.»

 

Il penultimo capitolo si chiude con il colloquio col fratello Leo. Nonostante la buona volontà, Leo commette l’errore di lasciar trasparire il contatto con Züpfner e non sembra disposto a rinunciare alle regole del seminario per cercare di risollevare in qualche modo la condizione dell’orgoglioso fratello. L’ultima battuta ci rivela finalmente, ma forse anche amaramente, l’animo poetico dell’artista.

 

«”Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?” domandò Leo.

“Sono un clown” risposi “e faccio raccolta di attimi. Ciao.” E riattaccai.»

 

postato da: Gnafamo alle ore 10:47 | link | commenti | commenti
categorie: arte, leggere, ironia, solitudine, clown, vanità, familiarità
martedì, 02 settembre 2008

Clown-2

Mi sono annotato alcuni brani più stimolanti delle Opinioni di un clown di Heinrich Böll (1963, trad. Amina Pandolfi).

Il primo evidenzia la singolarità di questi cattolici rispetto al cuore della fede cristiana, sempre nell'ottica ironica e polemica del clown che pure ribadisce varie volte di continuare a confondere realtà e fantasia («Talvolta non so bene se è vero quello che ho sentito in maniera realistica e tangibile o quello invece che vivo veramente. Butto tutto insieme, faccio una gran confusione»).

 

«L'idea di quella serata mi aveva fatto molto piacere, ero stanco morto e mi aspettavo una specie di allegra riunione con abbondanza di buon vino, ottimo cibo e forse anche un po' di danze (in quel periodo eravamo in bolletta e non potevamo permetterci né buon vino né ottimo cibo); invece il vino era cattivo e la serata divenne quello che mi immagino debba essere un corso superiore di sociologia tenuto da un professore noioso. Non soltanto faticosa, ma faticosa in maniera innaturale, superflua. Dapprima pregarono tutti insieme e io per tutto il tempo non seppi che cosa fare delle mie mani e della mia faccia. Mi pare che non si dovrebbe mettere un miscredente in una situazione simile. Non recitavano semplicemente un Pater Noster o un'Ave Maria (anche questo sarebbe stato già abbastanza imbarazzante per me perché, educato da protestante, sono incapace di ogni forma di preghiera individuale). No, si trattava di un testo composto da Kinkel, molto programmatico: “...E ti preghiamo di metterci in grado di render giustizia in egual modo sia alla tradizione che al progresso”, e così via. Soltanto dopo questo preambolo passarono al tema della serata: “Povertà nella società in cui viviamo”. Fu una delle serate più penose della mia vita. Semplicemente non riesco a credere che delle discussioni religiose debbano essere così faticose. Lo so: credere a questa religione è difficile. Resurrezione della carne e vita eterna. Spesso Maria mi leggeva la Bibbia. Deve essere difficile credere a tutto questo. Più tardi ho letto persino Kierkegaard (una lettura utile per un individuo prossimo a diventare un clown). Era difficile, ma non faticoso. Non so se ci sia gente che ricama tovaglie su disegni di Picasso o di Klee. A me quella serata fece questa impressione, come se quei cattolici progressisti si lavorassero all'uncinetto dei grembiuli di Tommaso d'Aquino, Francesco d'Assisi, Bonaventura e Leone XIII. Grembiuli che naturalmente non arrivavano a coprire le loro nudità, perché non c'era nessuno fra i presenti (all'infuori di me) che non guadagnasse almeno i suoi millecinquecento marchi al mese.»

 

Una frase di una certa densità di significato nascosta nelle elucubrazioni del protagonista riguarda il suo stesso essere artista, il rapporto di ogni artista tra la sua vita e l'arte di cui è fonte e alimento: non sono scomparti separati, nulla è senza conseguenze per l'uomo. Nemmeno gli artisti (o sedicenti tali) che frequentano l'impegnato salotto della madre, però, sono giudicati in grado di penetrare il senso dei suoi gesti e di avere con lui un contatto più forte.

 

«Quella gente non capisce niente. Tutti sanno, cioè, che un clown dev'essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda maledettamente seria, fin lì non ci arrivano.»

postato da: Gnafamo alle ore 20:56 | link | commenti | commenti
categorie: arte, leggere, ironia, solitudine, clown, vanità, familiarità
venerdì, 29 agosto 2008

Clown-1

Avevo bisogno di scrivere un po' per chiarirmi alcune idee e ad un certo punto ho pensato più decisamente ad una recensione che copio qui (è un po' lunga).

Hans Schnier è nato a Bonn, ha ventisette anni e fa il clown, «definizione ufficiale: attore comico». Uno dei suoi numeri si chiama ‘arrivi e partenze’ e consiste di circa seicento entrate ed uscite che fanno confondere lo spettatore fino alla fine. Un po’ di confusione confessa di cominciare a fare anch’egli a forza di viaggiare per il suo mestiere, ma stavolta è appena tornato nella sua città.

Cominciano così le Ansichten eines Clowns, le Opinioni di un clown scritte da Heinrich Böll nel 1963, preannunciando un cammino che potrebbe anche rivelarsi un po’ impervio tra i pensieri di un personaggio la cui interiorità, in quanto maschera e attore, ci è solitamente negata. La scelta della categoria delle opinioni è dovuta al carattere estremamente soggettivo di quello che ci accingiamo a leggere, dato che trascorreremo nella prospettiva di Hans alcune ore, ma piuttosto nei toni del colloquio tra amici che di un disorientante flusso di coscienza.

Il clown sta facendo il punto della sua non rosea situazione. Ancora prima dei suoi dati personali ricorda due volte che Maria lo ha lasciato per un cattolico e che da quel momento sono iniziati i problemi anche nel suo mestiere (e per gli alberghi). Una sorprendente affermazione che segue immediatamente la definizione del suo lavoro menzionata sopra è «non pago tasse per nessuna Chiesa»: il motivo religioso comincia ad entrare con una certa insistenza ora e scopriamo che i suoi genitori, «protestanti osservanti, ossequienti alla moda del dopoguerra che voleva uno spirito conciliante fra le confessioni, mi hanno mandato a una scuola cattolica». La Germania e la sua coscienza nel dopoguerra sono, dunque, i protagonisti non nominati del romanzo di Böll.

Nel fare il bagno Hans si rilassa leggendo i giornali della sera e canticchiando motivi liturgici familiari dai tempi della scuola, ma solo «per motivi terapeutici». Due sono infatti i mali che lo affliggono e che cerca di combattere, il mal di testa e la malinconia, aumentate incomparabilmente dall'assenza di Maria. Purtroppo il clown si  sta affidando, come ammette egli stesso, ad una medicina che ha solo un effetto momentaneo, l'alcol, e i gli effetti però non tardano a manifestarsi anche nel suo mestiere, tanto che ad esso e ad una caduta in scena che affronta ubriaco da tre settimane è dovuta la crisi presente.

Ma la sua crisi nasce da lontano e l'irregolarità della professione artistica (che, per altro, praticava con un talento, se non di prima grandezza, almeno degno di essere coltivato) si era saldata all'irregolarità della condotta nella vita privata senza trovare il modo di concretizzarsi in gesti propositivi per il proprio futuro. L'amore stesso per Maria, figlia di un socialista emarginato dalle classi dirigenti in cui Hans aveva trovato una sorta di sostituto paterno e una forma di sostegno alla sua difficoltà di integrazione con un mondo in cui non si riconosceva, era nato ed era stato vissuto al di fuori del matrimonio.

E tuttavia egli rivendica appena possibile e con una certa orgogliosa insistenza la sua monogamia, anche quando intuisce (o crede di intuire) qualche altra possibilità: o Maria o niente.

Maria aveva avuto un’educazione cattolica e nutriva una forte simpatia per il gruppo di persone che già pochi anni dopo stanno tenendo le redini della politica e della società tedesca post-bellica. Nonostante un certo legame con uno di loro, si è lasciata travolgere dal fascino del giovane Hans e lo ha seguito. Ma dopo i primi tempi, il viaggiare senza radici e senza amici si è fatto sentire ed è tornata a fare riferimento proprio a quelle persone e alla loro solida fede, cercando di trascinarvi anche il suo uomo. Il tormento di Maria, infatti, si è concretizzato in una serie di aborti spontanei.

Hans non è in grado di comprenderne la portata e ne minimizza gli effetti. Nella memoria stessa delle Opinioni la cosa sfugge nel suo insieme al soggetto narrante, ma appare ben chiaro al lettore che la donna è spinta progressivamente ad interpretare tali esiti della propria irregolarità come l’inevitabile risultato della condotta di entrambi al di fuori dai canoni. Infine, dopo aver cercato più volte di ricondurre con sé anche l’artista, ella lo abbandonerà per ritornare ad un cattolicesimo senza compromessi e sposare il vecchio amico Züpfner (con cui è in luna di miele proprio a Roma: ecco l’altro elemento che ha portato a compimento la crisi del clown).

Quello che la figura di Hans mette sempre in evidenza delle persone che lo hanno circondato è l’opportunismo (si veda, ad esempio, il bambino fascista che nel dopoguerra ricopre ruoli importanti nel laicato cattolico e nei gruppi dirigenti), il formalismo borghese dietro cui sono costretti a ritirarsi i veri sentimenti (i suoi genitori sono ricchissimi, ma lo hanno sempre trascurato o cercato di comprare/sistemare: il padre da quasi sempre ha un’amante a cui fa doni che i figli si sognano, mentre la madre è addirittura molto attiva culturalmente e in importanti iniziative sociali, ma del tutto incapace di amare i suoi prossimi) e, non da ultimo, la religiosità.

Il mondo cattolico, in particolare, è sotto la lente di ingrandimento della soggettività di Hans, ma anche i protestanti non fanno bella figura. A questo proposito le biografie di Heinrich Böll ricordano come il libro si collochi negli anni in cui è più acuta la sua crisi politico-religiosa e si va elaborando con più sofferta chiarezza la distinzione tra le azioni degli uomini e il messaggio evangelico originario. Proprio alla scossa soggettività di artista di Hans l’autore ha affidato le sue critiche su di un mondo che conosceva bene (anche per distanziarsi e giustificare la vena ironica e polemica delle Opinioni): l’artista, per rivendicare a se stesso e additare al mondo la sincerità e la forza del proprio sentire, si vede sempre e comunque costretto ad atti di ribellione. Non lo troveremo mai, infatti, veramente disposto ad ascoltare e capire le ragioni altrui, preso com’è (gli artisti!), dalla inarrestabile forza delle proprie debordanti esigenze, sulle quali non è disposto a ritornare. Ecco, quindi, un altro dei vari motivi per i quali ci dobbiamo ricordare di essere di fronte 'solo' a delle Opinioni.

Il romanzo di Böll è, in realtà, un continuo e forte richiamo a non trasformare in sostanziali alcuni aspetti formali della religione cattolica e cristiana in generale, svuotandoli dei contenuti per utilizzarli imponendo strutture pervasive di controllo sociale al servizio di un potere politico ed economico che può finire per assomigliare persino a quello nazista (divertente e significativo l'episodio dello sconosciuto che prendendo in mano un telefono pubblico dopo una conversazione interrotta per la sua stessa maleducazione, si mette a parlare della CDU, il partito Cristiano Democratico allora inevitabilmente al potere, con il clown che dall'altro capo del filo lo prende in giro facendogli credere altrettanto inevitabile condividere la stessa idea politica). Non a caso il libro non fu capito a sufficienza e provocò polemiche e l'allontanamento del suo autore dal mondo di cui aveva messo in risalto le contraddizioni con tanto acuta analisi, sia pure messa in bocca ad un personaggio inaffidabile; ormai al centro di sfide politiche e di critiche sempre più aperte a certe gerarchie conservatrici, Böll chiude i suoi rapporti con una Chiesa cattolica sorda ai suoi appelli nel 1972, anno della pubblicazione di Foto di gruppo con signora e del suo premio Nobel.

Non mancano affatto, in realtà, gli aspetti positivi nei cattolici con cui Hans si relaziona e gli atti di sincera amicizia, ma egli si sente sempre spinto a ricondurre le intenzioni altrui a moventi opportunistici (come vari indizi lasciano credere) o che gli appaiono tali da andare inevitabilmente a suo svantaggio (dimostrando, forse, per la sua miopia di non essere poi così lontano da coloro che critica). Alcuni personaggi, infatti, sono ben disposti ad aiutare il clown nonostante i suoi eccessi ed egli stesso riconosce loro la sincerità delle intenzioni, che però non sono in grado di intaccare la sostanza della sua infelicità personale e non meritano quindi che egli tenti di uscire dall'interpretazione del ruolo che ha scelto di recitare anche nel quotidiano. Lo stesso neo-sposo Züpfner è più volte definito da Hans come uno dei pochi veri cattolici che conosca, insieme al Papa (una concessione ironica?), all'attore Alec Guinness (chissà perchè) e al vecchio pugile negro in pensione Gregory, che non compare altrove se non in questo ritornello.

In senso tutto sommato positivo va probabilmente interpretata anche la conversione al cattolicesimo e la conseguente presenza in seminario del fratello Leo, che Hans aveva avuto come compagno di giochi, ma che non ha mai capito davvero, cercando solo in seguito e in modi ancora una volta del tutto singolari di recuperarne l’attenzione e la confidenza. Pur sfiorandosi, non sono neanche ora in grado di toccarsi veramente, come impone la direzione ormai imboccata dall’ennesima scelta ribellistica e di autoaffermazione del clown.

postato da: Gnafamo alle ore 18:08 | link | commenti | commenti
categorie: arte, amicizia, leggere, ironia, solitudine, clown, vanità, familiarità
venerdì, 13 giugno 2008

Scacchi

Una partita a scacchi è gioco e sfida con un avversario e con se stessi. Giochi simili sono noti fin dall'antichità sia in Occidente sia in Oriente, ma le sue caratteristiche odierne ci parlano del medio evo.
Ne esce premiata la logica, la capacità di figurarsi il maggior numero di conseguenze possibili, la memoria, l'astuzia, la pazienza, la concentrazione, ma anche la psicologia, l'attitudine a immedesimarsi in chi si ha di fronte, il riuscire a immaginare quale sarà il tipo di strategia scelto tra le numerose possibilità.
Gli scacchi sono stati scelti come protagonisti da Paolo Maurensig per il suo primo libro, "La variante di Lüneburg" (Adelphi, 1993). La sfida al destino è una sfida all'avversario che il destino ci ha posto di fronte e spesso è necessario un grande lavoro interiore che lascia sfiniti. Alcune partite continuano nella vita e la alimentano.

"Questa è, in primo luogo, la storia di una rivalità, che si manifestò proprio su una scacchiera, su quel riquadro che può sembrare ristretto solo a chi non voglia o non possa vederne la profondità: poichè si tratta invece di un mondo per nulla limitato e niente affatto innocuo, dal momento che ciò che vi si perpetua, avvalendosi di un atto creativo che a volte assume l'aspetto di un'autentica opera d'arte, è un'azione di un'inaudita violenza, una forma di omicidio bianco, inapparente, il cui esito viene riconosciuto e condiviso unicamente dai due contendenti. Non c'è nulla che leghi due persone quanto una seria sfida su una scacchiera. Esse diventano le opposte polarità di una creazione mentale che è opera di entrambi, ma in cui uno si annulla a vantaggio dell'altro.Non esiste più dura e inappellabile sconfitta di quella a cui si va incontro in questo gioco; se ne porteranno i segni per tutta la vita. L'anima, come il corpo, non ha la capacità di riformarsi, e tutto ciò che in seguito potrà risvegliare il ricordo di questa mutilazione sarà violentemente osteggiato."

Non è l'inizio del libro, anche se è l'inizio del racconto di una delle vicende che vi si intrecciano.
Diverse pagine prima si può leggere ancora come gli scacchi si prestino benissimo ad essere una metafora della vita. Più di quanto ci rendiamo conto, più di quanto non ci sia già stato fatto notare in altre opere su di essi.

"Ogni scelta implica, di per sè, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali. E a questa regola dovetti infine sottostare anch'io."
postato da: Gnafamo alle ore 12:43 | link | commenti | commenti
categorie: memoria, leggere, scacchi, responsabilità, vanità, sapienza, innocenza
mercoledì, 05 marzo 2008

Il potere

 Discreta scrittura, mi pare, quella di Frei Betto, anche nei romanzi.
Il primo capitolo di "Hotel Brasil" contiene anche questa riflessione (trad. di A. Aletti, Cavallo di ferro, Roma 2006).

Perchè dover apparire forti quando si sa che la vita è fatta di paure? Paura di morire, di essere abbandonati, di essere dimenticati? Questo era il pensiero che gli attraversava la mente mentre, in sala da pranzo, sentiva Pacheco, consigliere di uomini politici, che ne sparava di grosse. A Candido il potere appariva come il parossismo della paura. Patologica, in questo caso, per il fatto di temere di essere ciò che si è e di lottare per i risultati - fama e fortuna - che agli occhi altrui mascherano il timore dell'anonimato.

postato da: Gnafamo alle ore 21:01 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: leggere, ironia, libertà, potere, vanità, sapienza
domenica, 10 febbraio 2008

Che cos'è la vita? -3

E puntualmente si conclude con la terza domanda.

Che cos’è dunque la vita? È calore, il prodotto calorico di una sostanza sostenitrice di forme, una febbre della materia che coinvolge inarrestabile e inarrestabile accompagna il processo d’un’incessante dissociazione e ricostruzione di molecole d’albumina disposte con arte. È l’essere del non poter essere, di ciò che, in questo complicato e febbrile processo di dissoluzione e di rinnovamento, sta a mala pena, con fatica dolce e penosa, in bilico sul punto dell’essere: non è materia e non è spirito, è qualcosa d’intermedio, un fenomeno su base materiale come l’arcobaleno sopra la cascata e come la fiamma. Ma benchè non materiale, è sensuale fino al piacere e alla nausea, l’impudenza della materia fattasi suscettibile ed eccitabile, la forma impudica dell’essere. È un segreto e sensibile agitarsi nel casto gelo del tutto, una furtiva e voluttuosa impurità di assorbimento alimentare e di eliminazione, un respiro secretorio di acido carbonico e di cattive sostanze di qualità e provenienza occulte. È il rigoglìo, lo sviluppo, la formazione - resi possibili dalla supercompensazione della loro incostanza e fissati entro innate forme formative - di un turgido composto di acqua, albumina, sale e grassi, che chiamiamo carne e diventa forma, elevata immagine, bellezza, pur essendo la quintessenza della sensualità e della brama. Questa forma infatti e questa bellezza non hanno per base lo spirito, come le opere politiche e musicali, e nemmeno una sostanza neutra, consumata dallo spirito, che innocentemente simboleggi lo spirito, come la forma e la bellezza delle opere figurative. Sono invece sorrette e sviluppate dalla sostanza destatasi misteriosamente alla voluttà, dalla stessa materia organica che esiste e si corrompe, dalla carne odorante...

postato da: Gnafamo alle ore 16:14 | link | commenti | commenti
categorie: leggere, vanità, sapienza
sabato, 09 febbraio 2008

Che cos'è la vita? -2

Prosegue la riflessione tra deliri pseudo-scientifici anche un po' convulsi.

Che cos'e la vita? Nessuno lo sa. Nessuno conosce il punto naturale da cui scaturisce, in cui si accende. Da quel punto in poi non c’è nulla di immediato o mal mediato nell’ambito della vita: la vita stessa invece appare immediata. Se qualcosa se ne può dire, sarebbe questo: essa dev’essere di una fattura tanto evoluta che nel mondo inanimato non si trova neanche lontanamente qualcosa che le stia a pari. Tra l’ameba pseudopodia e il vertebrato il distacco è esiguo, non importante, in confronto a quello che corre tra il più rudimentale fenomeno di vita e quella natura che non merita neanche di essere definita morta, perchè è inorganica. La morte infatti è soltanto la logica negazione della vita; ma tra la vita e la natura inanimata c’è un abisso che la scienza tenta invano di colmare. Si cercò di superarlo, questo abisso, con teorie che esso ingoia senza per questo perdere alcunchè in profondità e larghezza. Per trovare un anello di congiunzione la scienza si prestò al controsenso dell’ipotesi di una materia vitale priva di struttura, di organismi disorganizzati, i quali precipiterebbero da sè nella soluzione albuminosa come il cristallo nell’acqua Madre.... mentre il differenziamento organico rimane a un tempo condizione e manifestazione di ogni vita, e non si è scoperto nessun essere vivente che non debba la sua esistenza a una procreazione. L’esultanza con la quale si pescò il protoplasma dalla estrema profondità del mare fu alla fine un’umiliazione: risultò che si erano presi sedimenti di gesso per protoplasma. Ma per non doversi arrestare davanti a un miracolo - poichè la vita che si forma con le stesse sostanze della natura inorganica sarebbe improvvisamente un miracolo - si è costretti a credere nella generazione spontanea, cioè nell’origine dell’organico dall’inorganico, che d’altronde è anch’essa un miracolo. Così si continua a escogitare stadi intermedi, a congetturare l’esistenza di organismi inferiori a tutti quelli che si conoscono, che però sarebbero preceduti da tentativi di vita naturale ancor più primitivi, da probii che nessuno vedrà mai perchè sarebbero al di sotto di ogni dimensione microscopica, e la sintesi di combinazioni albuminose dovrebbe essere avvenuta prima della immaginata origine di essi....

postato da: Gnafamo alle ore 16:43 | link | commenti | commenti
categorie: leggere, vanità, sapienza
venerdì, 08 febbraio 2008

Che cos'è la vita? -1

Leggendo "La montagna incantata" di Thomas Mann non ho potuto fare a meno di notare, tra le altre, queste considerazioni svolte dal protagonista, il "giovane Hans Castorp", all'atto di sfogliare "libri di anatomia, fisiologia e biologia" presso il sanatorio-albergo di cui è ospite fisso dopo essersi scoperto tubercolotico. La traduzione è di Ervino Pocar (Mondadori 1965, più volte ristampata in anni recenti da Corbaccio e TEA).

Che cos’e la vita? Non si sa. Non appena è vita, ha coscienza di sè, senza dubbio, ma non sa che cosa sia. La coscienza in quanto sensibilità agli stimoli si desta, senza alcun dubbio, fino a un certo punto già negli stadi inferiori, meno informati della sua comparsa; non è possibile legare la prima presenza di fatti coscienti a un dato punto della sua storia generale o individuale, condizionare ad esempio, la coscienza all’esistenza di un sistema nervoso. Le infime forme animali non hanno sistema nervoso, men che meno un cervello, eppure nessuno osa negar loro la capacità di avvertire stimoli. Si può anche assopire la vita come tale, non soltanto i particolari organi della sensibilità che essa sviluppa, non solo i nervi. Nel regno vegetale e in quello animale si può annullare temporaneamente la sensibilità di ogni sostanza dotata di vita. Si possono narcotizzare uova e spermatozoi con cloroformio, idrato di cloralio o morfina. Coscienza di sè è dunque semplicemente una funzione della materia ordinata in modo tale che si possa vivere e, rafforzata, la funzione si rivolge contro il proprio substrato, diventa l'aspirazione a sondare e spiegare il fenomeno prodotto, aspirazione, piena di speranze e disperata, della vita a conoscere se stessa, uno sforzo di natura per scandagliare e scavare dentro di sè, sforzo vano in fin dei conti, dato che la natura non può risolversi in conoscenza, la vita non può in fondo indagare se stessa.

postato da: Gnafamo alle ore 13:50 | link | commenti | commenti
categorie: leggere, vanità, sapienza
domenica, 27 gennaio 2008

L'amicizia-6

Ci siamo, ecco la conclusione del monologo.

Naturalmente la solitudine non mi ha fornito alcuna risposta. Neanche i libri mi hanno risposto in modo esauriente. Nè i libri antichi, gli scritti dei saggi cinesi, ebrei e latini, ne quelli moderni, che usano termini espliciti ma contengono solo parole e non la verità. E poi, in fondo, qualcuno ha mai detto o scritto la verità?... Me lo sono chiesto spesso, quando ho iniziato a indagare nel mio animo e nei libri. Il tempo passava, la vita intorno a me cambiava, calava una sorta di crepuscolo. I libri e i ricordi si accumulavano, si infittivano sempre di piú. E ogni libro conteneva un pizzico di verità, e ogni ricordo mi insegnava che è vano cercare di scoprire la vera natura dei rapporti umani, perchè la conoscenza non ci aiuterà a diventare piú saggi. Ecco perchè non abbiamo il diritto di esigere franchezza e piena fedeltà da chi abbiamo scelto come amico, tanto piú se gli eventi hanno dimostrato che questo amico ci è stato infedele».
«Hai la certezza assoluta» domanda l’ospite «che questo amico sia stato infedele?».

postato da: Gnafamo alle ore 16:07 | link | commenti | commenti
categorie: amicizia, leggere, solitudine, libertà, familiarità, sapienza
giovedì, 24 gennaio 2008

L'amicizia-5

Qui si trova, a me pare, il punto più alto della riflessione.

E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo? E se un amico ci delude perchè non è un vero amico, possiamo forse metterlo sotto accusa, rinfacciargli il suo carattere, la sua debolezza? Quanto vale un’amicizia in cui apprezziamo l’altro per le sue virtú, per la sua fedeltà, la sua perseveranza? Quanto vale un’amicizia che ambisca a essere premiata? Non abbiamo forse il dovere di accettare l’amico infedele esattamente come quello fedele e pieno di abnegazione? Non è forse questo il contenuto piú autentico di ogni relazione umana, un altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla, assolutamente nulla? E che quanto piú dà tanto meno si aspetta di essere contraccambiato? Chi dedica all’altro tutta la confidenza della giovinezza e tutta l’abnegazione dell’età virile, oltre al dono piú prezioso che un essere umano possa offrire a un suo simile - la fiducia piú appassionata, cieca e assoluta -, e si veda ripagato con l’infedeltà e l’abbandono, ha forse il diritto di offendersi, di volersi vendicare? E se colui che è stato tradito e abbandonato si offende, se grida vendetta, era davvero un amico? Vedi, sono queste le domande alle quali mi sono sforzato di rispondere quando sono rimasto solo.
postato da: Gnafamo alle ore 18:25 | link | commenti | commenti
categorie: amicizia, leggere, ascoltami, libertà, familiarità, sapienza
domenica, 20 gennaio 2008

L'amicizia-1

Un libro pubblicato nel 1942 è stato il caso letterario del 1998 in Italia, anno in cui è stato tradotto per la prima volta (Adelphi, a cura di Marinella D'Alessandro). Si tratta di "Le braci" di Sàndor Màrai, scrittore ungherese dalla vita tormentata a causa delle grandi guerre della prima metà del Novecento, morto infine suicida nel 1989.
Il libro è una straordinaria riflessione sull'amicizia e ne comincio a trascrivere le pagine centrali.

«Vorrei proprio sapere» prosegue il generale come se stesse parlando tra sè «se l’amicizia esiste veramente. Non mi riferisco al piacere occasionale di due persone che si rallegrano di essersi incontrate perchè a un certo punto della vita si trovano a ragionare nella stessa maniera su determinate questioni, si scoprono gli stessi gusti e preferiscono gli stessi svaghi. Tutto questo non ha niente a che fare con l’amicizia. A volte mi sembra quasi che essa rappresenti la relazione piú intima che esiste nella vita... Forse per questo è talmente rara. E su cosa si fonda, allora? Sulla simpatia? È un termine improprio, troppo blando: non si puó dire che la simpatia sia sufficiente a indurre due persone a farsi carico l’una dell’altra nelle situazioni piú critiche della loro esistenza.
postato da: Gnafamo alle ore 18:17 | link | commenti | commenti
categorie: amicizia, leggere, familiarità
lunedì, 24 dicembre 2007

La sovrana lettrice

Alan Bennett ha grandi doti di ironia e lo conferma nel volume da poco tradotto in Italia per Adelphi da Monica Pavani col titolo "La sovrana lettrice" (The Uncommon Reader).
Cos'è mai leggere, dunque?

«Ma qualcuno l'avrà pure ragguagliata, Maestà?».
«Certamente», disse la regina, «ma ragguagliare non è leggere. Anzi, è l'esatto contrario. Il ragguaglio è succinto, concreto e pertinente. La lettura è disordinata, dispersiva e sempre invitante. Il ragguaglio esaurisce la questione, la lettura la apre».
«Se mi consente, sarebbe il caso di ritornare alla visita al calzaturificio, Maestà» disse sir Kevin.
«La prossima volta» tagliò corto la regina. «Dove ho messo il mio libro?».
postato da: Gnafamo alle ore 21:27 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: leggere, ironia