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Le ultime pubblicazioni dei Marlene Kuntz si caratterizzano per testi più meditativi e nel contempo capaci di raggiungere un pubblico più ampio grazie ad armonie un po' meno dissonanti, ma non certo inclini a compiacere le attese dell'orecchio degli ascoltatori. Questo appare come il frutto di una raggiunta padronanza dei mezzi musicali e di una sempre maggiore ed aperta consapevolezza del proprio cammino intellettuale da parte di Cristiano Godano, cantante e principale autore dei testi della band (il quale ha pubblicato nel 2008 la raccolta di racconti "I vivi" presso Rizzoli).
Il nome stesso dell'ultimo album, "Uno" (2007), e alcune tematiche presenti in esso derivano da suggestioni ricavate dalla lettura di e su Vladimir Nabokov. Per l'inizio del 2009 è annunciata la pubblicazione della prima raccolta dei loro successi.
Tornando a "Biancosporco", si può intuire come la scelta di questo nome rimandi alla aspirazione continuamente fustrata dalla stessa natura umana di poter vivere in purezza e pienezza di sentimenti. L'arte è una delle vie possibili per non arrendersi del tutto e cercare ancora la "
Bellezza". Ovunque.
Chissà cosa competerà davvero alla nostra coscienza?
E a quella delle numerose famiglie di operai che per mantenersi lavorano nelle industrie di armi?
Il viso di Kalashnikov è sereno in ogni foto. Con la fronte spigolosa slava e gli occhi da mongolo che invecchiando divengono sempre più feritoie sottili. Dorme il sonno dei giusti. Va a letto magari non felice ma sereno, le pantofole sotto il letto, in ordine; anche quando è serio ha le labbra tirate ad arco come il viso di Palla di Lardo in Full Metal Jacket. Sorridono le labbra, ma non il viso.
Quando guardo i ritratti di Michail Kalashnikov penso sempre ad Alfred Nobel, famoso per il premio omonimo, ma in realtà padre della dinamite. Le foto di Nobel negli anni successivi alla realizzazione della dinamite - dopo che comprese l’uso che avrebbero fatto della sua miscela di nitroglicerina e argilla - lo ritraggono devastato dall’ansia, con le dita che tormentano la barba. Sarà forse una mia suggestione, ma quando guardo le foto di Nobel, le sopracciglia tirate in alto e gli occhi persi, sembrano dire un’unica cosa: «Non volevo. Intendevo aprire le montagne, sbriciolare massi, creare gallerie. Non volevo tutto quello che è accaduto». Kalashnikov ha invece sempre un’aria serena, di vecchio pensionato russo, con tanti ricordi per la testa. Te lo immagini con l’alito di vodka a raccontarti di qualche amico con cui ha vissuto il tempo della guerra, o mentre a tavola ti bisbiglia che da giovane riusciva a resistere a letto ore senza fermarsi mai. Sempre nel gioco infantile delle suggestioni, la faccia di Michail Kalashnikov sembra dire: «Va tutto bene, non sono problemi miei, ho solo inventato un mitra. Come, lo usano gli altri non mi riguarda». Una responsabilità tracciata entro i confini della propria carne, circoscritta dal gesto. Quello che la propria mano ha fatto è quello che compete alla propria coscienza. È questo uno degli elementi che credo faccia diventare il vecchio generale l’icona involontaria dei clan dell’intero globo. Michail Kalashnikov non è un trafficante d’armi, non conta nulla nelle mediazioni d’acquisto dei mitra, non ha influenza politica, non possiede personalità carismatica ma porta con sé l’imperativo quotidiano dell’uomo al tempo del mercato: fa’ quello che devi fare per vincere, il resto non ti riguarda.
Ancora sugli effetti: nato all'interno di una ideologia, ottiene il massimo e l'uguaglianza anche nell'ideologia che le si era contrapposta.
"[...] È il vero simbolo del liberismo. L’icona assoluta. Potrebbe divenirne l’emblema: non importa chi sei, non importa che pensi, non importa da dove provieni, non importa che religione hai, non importa contro chi e a favore di cosa, basta che quello che fai lo fai con il nostro prodotto. Con cinquanta milioni di dollari è possibile acquistare circa duecentomila mitra. Ossia, con cinquanta milioni di dollari è possibile creare un piccolo esercito. Tutto ciò che distrugge i vincoli politici e di mediazione, tutto ciò che permette un enorme consumo e un esponenziale potere diviene vincente sul mercato; e Michail Kalashnikov, con la sua invenzione, ha permesso a tutti i gruppi di potere e micropotere di avere uno strumento militare. Nessuno, dopo l’invenzione del kalashnikov, può dire di essere stato sconfitto perchè non poteva accedere alle armi. Ha svolto un’operazione di eguaglianza: armi per tutti, massacri per ognuno. La battaglia non più territorio solo per eserciti. Su scala internazionale il kalashnikov ha fatto ciò che i clan secondiglianesi hanno fatto a livello locale, liberalizzando in maniera totale la cocaina e permettendo a chiunque di diventare narcotrafficante, consumatore, venditore al dettaglio liberando il mercato dalla mera mediazione criminale e gerarchica. Allo stesso modo il kalashnikov ha permesso di far divenire soldati tutti, anche bambini e ragazzine smilze; e ha trasformato in generali di corpo d’armata persone che non riuscirebbero a guidare un gregge di dieci pecore. Comprare mitra, sparare, consumare persone e cose, e tornare a comprare. Il resto è solo dettaglio."
Gli effetti indiretti (?) di questo onesto lavoro.
"Al mondo non esiste cosa, organica o disorganica, oggetto metallico, elemento chimico, che abbia fatto più morti dell’Ak-47. Il kalashnikov ha ucciso più della bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki, più del virus dell’HIV, più della peste bubbonica, più della malaria, più di tutti gli attentati dei fondamentalisti islamici, più della somma dei morti di tutti i terremoti che hanno agitato la crosta terrestre. [...]
L’AK-47 è un mitra che riesce a sparare nelle condizioni più disparate. Incapace di incepparsi, pronto a sparare anche sporco di terra, anche se zuppo d’acqua, comodo da impugnare, con un grilletto morbido che può essere premuto anche da un bambino. Fortuna, errore, imprecisione, tutti gli elementi che fanno salva la vita durante gli scontri sembrano eliminati dalla certezza dell’AK-47, uno strunento che ha impedito al fato di avere un ruolo. Facile da usare, facile da trasportare, spara con un efficienza che permette di uccidere senza nessun tipo d’addestramento. «È capace di trasformare in combattente anche una scimmia» dichiarava Cabila, il temibile leader politico Congolese. Nei conflitti degli ultimi trent’anni più di cinquanta paesi hanno usato il kalashnikov come fucile d’assalto dei loro eserciti. Stragi per perpetrate col kalashnikov - accertate dall’ONU - sono avvenute in Algeria, Angola, Bosnia, Burundi, Cambogia, Cecenia, Colombia, Congo, Haiti, Kashmir, Mozambico, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Uganda. Più di cinquanta eserciti regolari possiedono il kalashnikov, ed è impossibile fare una statistica dei gruppi irregolari, paramilitari, guerriglieri che lo utilizzano.
Sono morti sotto il fuoco del kalashnikov Sadat nel 1981, il generale Dalla Chiesa nel 1982, Ceausescu nel 1989. Nel palazzo della Moneda, Salvador Allende fu trovato con in corpo proiettili di kalashnikov. E queste morti eccellenti sono il vero ufficio stampa storico del mitra. L’Ak-47 è persino finito nella bandiera del Mozambico e in centinaia di simboli di gruppi politici, da Al Fatah in Palestina all’MRTA in Perù."
Niente di ciò che facciamo è senza conseguenze. Qualcosa, però, offusca la presa di coscienza del fine dei nostri gesti.
Roberto Saviano ci ricorda anche questo con "Gomorra" (Mondadori, 2005).
"Kalashnikov è un vecchio di ottantaquattro anni arzillo e ben conservato. Lo invitano ovunque, una sorta di icona mobile sostitutiva del fucile mitragliatore più celebre al mondo. Prima di andare in pensione come generale di corpo d’armata percepiva uno stipendio fisso di cinquecento rubli, all’epoca più o meno un mensile di cinquecento dollari. Se Kalashnikov avesse avuto la possibilità di brevettare il suo mitra in Occidente, ora sarebbe sicuramente tra i più ricchi al mondo. [...]
Michail Kalashnikov rispondeva automaticamente, sempre le stesse risposte qualunque fosse la domanda, servendosi di un inglese liscio, imparato da adulto, usato come un cacciavite per svitare un bullone. Mariano gli faceva domande inutili e generiche - un modo per abbassare il suo livello di ansia – sul mitra: «Non ho inventato quell’arma perchè venisse venduta a scopo di lucro, ma solo ed esclusivamente per difendere la madre patria all’epoca in cui ne aveva bisogno. Se potessi tornare indietro rifarei le stesse cose e vivrei nello stesso modo. Ho lavorato tutta la vita e la mia vita è il mio lavoro». Una risposta che ripete a ogni domanda sul suo mitra."
Discreta scrittura, mi pare, quella di Frei Betto, anche nei romanzi.
Il primo capitolo di "Hotel Brasil" contiene anche questa riflessione (trad. di A. Aletti, Cavallo di ferro, Roma 2006).
Perchè dover apparire forti quando si sa che la vita è fatta di paure? Paura di morire, di essere abbandonati, di essere dimenticati? Questo era il pensiero che gli attraversava la mente mentre, in sala da pranzo, sentiva Pacheco, consigliere di uomini politici, che ne sparava di grosse. A Candido il potere appariva come il parossismo della paura. Patologica, in questo caso, per il fatto di temere di essere ciò che si è e di lottare per i risultati - fama e fortuna - che agli occhi altrui mascherano il timore dell'anonimato.
Ci siamo, ecco la conclusione del monologo.
Naturalmente la solitudine non mi ha fornito alcuna risposta. Neanche i libri mi hanno risposto in modo esauriente. Nè i libri antichi, gli scritti dei saggi cinesi, ebrei e latini, ne quelli moderni, che usano termini espliciti ma contengono solo parole e non la verità. E poi, in fondo, qualcuno ha mai detto o scritto la verità?... Me lo sono chiesto spesso, quando ho iniziato a indagare nel mio animo e nei libri. Il tempo passava, la vita intorno a me cambiava, calava una sorta di crepuscolo. I libri e i ricordi si accumulavano, si infittivano sempre di piú. E ogni libro conteneva un pizzico di verità, e ogni ricordo mi insegnava che è vano cercare di scoprire la vera natura dei rapporti umani, perchè la conoscenza non ci aiuterà a diventare piú saggi. Ecco perchè non abbiamo il diritto di esigere franchezza e piena fedeltà da chi abbiamo scelto come amico, tanto piú se gli eventi hanno dimostrato che questo amico ci è stato infedele».
«Hai la certezza assoluta» domanda l’ospite «che questo amico sia stato infedele?».
Qui si trova, a me pare, il punto più alto della riflessione.
E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo? E se un amico ci delude perchè non è un vero amico, possiamo forse metterlo sotto accusa, rinfacciargli il suo carattere, la sua debolezza? Quanto vale un’amicizia in cui apprezziamo l’altro per le sue virtú, per la sua fedeltà, la sua perseveranza? Quanto vale un’amicizia che ambisca a essere premiata? Non abbiamo forse il dovere di accettare l’amico infedele esattamente come quello fedele e pieno di abnegazione? Non è forse questo il contenuto piú autentico di ogni relazione umana, un altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla, assolutamente nulla? E che quanto piú dà tanto meno si aspetta di essere contraccambiato? Chi dedica all’altro tutta la confidenza della giovinezza e tutta l’abnegazione dell’età virile, oltre al dono piú prezioso che un essere umano possa offrire a un suo simile - la fiducia piú appassionata, cieca e assoluta -, e si veda ripagato con l’infedeltà e l’abbandono, ha forse il diritto di offendersi, di volersi vendicare? E se colui che è stato tradito e abbandonato si offende, se grida vendetta, era davvero un amico? Vedi, sono queste le domande alle quali mi sono sforzato di rispondere quando sono rimasto solo.
Ci si avvicina al cuore del discorso.
Il cameratismo o l’affiatamento assumono talvolta le parvenze dell’amicizia. Gli interessi comuni producono talvolta situazioni che somigliano all’amicizia. E per sfuggire alla solitudine gli uomini indulgono volentieri a rapporti confidenziali di cui in seguito si pentono, ma che per qualche tempo permettono loro di illudersi che la confidenza sia già una forma di amicizia. Naturalmente in questi casi non si tratta mai di vera amicizia. Ci si immagina - e mio padre ne era ancora convinto - che l’amicizia costituisca un servizio. L’amico, cosí come l’innamorato, non si aspetta di veder ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e l’accetta cosí com’è, con tutto ció che ne consegue. Questo sarebbe l’ideale.
Un grande personaggio, Giorgio Gaber, capace di passare in un istante dalla astrazione della logica più stringente ad una tenerezza e delicatezza staordinarie. Vedi "Il dilemma", "Destra-Sinistra", "La libertà" (che "non è stare sopra un albero", d'accordo, ma "non è neanche avere un'opinione"!), "Quando sarò capace di amare" e così via. Questo è uno dei suoi paradossi su "La solitudine":
La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.