Da un paio di mesi mi sono fermato anche io con Roberto Vecchioni a "La stazione di Zima", da quando cioè, ad un anno di distanza dal suggerimento di un'amica, ho iniziato ad ascoltare il suo "Studio Collection" di dieci anni fa.
Quasi tutti conoscono "Samarcanda", una canzone bellissima e soprattutto fortunata per quel famoso "oh-oh cavallo, oh-oh!" che spingeva i miei genitori come tanti altri a farla suonare ogni tanto in un 45 giri, ma che non è affatto una canzone da bambini. Potrebbe già bastare riascoltarla oggi per farsi un'idea accettabile dei temi che ha avuto il coraggio di affrontare nelle "canzonette" il suo autore (dopo anni in servizio nei licei, si dedica ora alla ricerca del rapporto tra musica e parola poetica:
www.vecchioni.it). Accanto a notevoli cadute di tono, è vero, ci sono canzoni ricche di umanità, in cui si ritrova proprio quella sottile malinconia di fondo così familiare nella tradizione classica occidentale. Tra le canzoni di ispirazione più letteraria, spesso riuscite, ci sono quelle dedicate a Pavese ("Verrà la notte e avrà i tuoi occhi"), a Pessoa ("Le lettere d'amore"), a Hemingway ("Il vecchio e il mare") e altre ancora, tra le quali merita di essere ricordata almeno la disperata "Euridice".
Zima è una delle tantissime semi-anonime stazioni ferroviarie lungo la Transiberiana, il cui ricordo nasce probabilmente dal fatto che qui ha visto la luce Evgenij Evtushenko. Non so quanto della canzone ne ricordi le poesie, ma mi ha segnato già al primo ascolto.
C'è un solo vaso di gerani
dove si ferma il treno,
e un unico lampione,
che si spegne se lo guardi,
e il più delle volte
non c'è ad aspettarti nessuno,
perché è sempre
troppo presto o troppo tardi.
- Non scendere - mi dici -
continua con me questo viaggio.
E così sono lieto di apprendere
che hai fatto il cielo
e milioni di stelle inutili
come un messaggio,
per dimostrami che esisti,
che ci sei davvero:
ma vedi, il problema non è
che tu ci sia o non ci sia
il problema è la mia vita
quando non sarà più la mia,
confusa in un abbraccio
senza fine,
persa nella luce tua, sublime,
per ringraziarti
non so di cosa e perchè;
lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,
lasciami
questo orgoglio smisurato
di esser solo un uomo;
perdonami, Signore,
ma io scendo qua,
alla stazione di Zima.
Alla stazione di Zima
qualche volte c'è il sole
e allora usciamo tutti a guardarlo
e a tutti viene in mente
che cantiamo la stessa canzone
con altre parole
e che ci facciamo male
perché non ci capiamo niente.
E il tempo non s'innamore due volte
di uno stesso uomo;
abbiamo la consistenza lieve delle foglie:
ma ci teniamo la notte per mano
stretti fino all'abbandono,
per non morire da soli
quando il vento ci coglie:
perché vedi, l'importante non è
che tu ci sia o non ci sia:
l'importante è la mia vita
finchè sarà la mia:
con te, Signore
è tutto così grande,
così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me.
Guardami,
io so amare soltanto come un uomo;
guardami,
a malapena ti sento,
e tu sai dove sono...
ti aspetto qui, Signore,
quando ti va,
alla stazione di Zima.