giovedì, 08 gennaio 2009

Marlene-2

Le ultime pubblicazioni dei Marlene Kuntz si caratterizzano per testi più meditativi e nel contempo capaci di raggiungere un pubblico più ampio grazie ad armonie un po' meno dissonanti, ma non certo inclini a compiacere le attese dell'orecchio degli ascoltatori. Questo appare come il frutto di una raggiunta padronanza dei mezzi musicali e di una sempre maggiore ed aperta consapevolezza del proprio cammino intellettuale da parte di  Cristiano Godano, cantante e principale autore dei testi della band (il quale ha pubblicato nel 2008 la raccolta di racconti "I vivi" presso Rizzoli).
Il nome stesso dell'ultimo album, "Uno" (2007), e alcune tematiche presenti in esso derivano da suggestioni ricavate dalla lettura di e su Vladimir Nabokov. Per l'inizio del 2009 è annunciata la pubblicazione della prima raccolta dei loro successi.
Tornando a "Biancosporco", si può intuire come la scelta di questo nome rimandi alla aspirazione continuamente fustrata dalla stessa natura umana di poter vivere in purezza e pienezza di sentimenti. L'arte è una delle vie possibili per non arrendersi del tutto e cercare ancora la "Bellezza". Ovunque.
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categorie: musica, arte, bellezza, libertĂ , marlene kuntz, innocenza
sabato, 03 gennaio 2009

Marlene-1

Nome che suscita curiosità quello dei "Marlene Kuntz" così come è del tutto originale in Italia il successo del loro percorso musicale: dai primi dischi di ispirazione punk, alternative e noise rock fino alle attuali produzioni, per le quali vantano invidiabili collaborazioni quali i produttori e ingegneri del suono di P. J. Harvey e Nick Cave. Uno dei progetti più interessanti del gruppo cuneese è la sonorizzazione con improvvisazioni dal vivo del film muto "La signorina Else", tratto da un romanzo di Arthur Schnitzler.
L'album "Biancosporco" del 2005 è senz'altro uno dei loro lavori più compiuti e diversi sono gli spunti interessanti: la difficoltà di aderire ad una realtà sorda "E forse,/ magari è vero,/ converrebbe di più essere semplici in tutto/... E forse,/ anzi: sicuro,/ io so che non riuscirò a fare questo del tutto./ Mai" ("Mondo cattivo"), la certezza derivata dall'esperienza che "ci riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là" ("A chi succhia"), il coraggio di affrontare temi mitologici come "La lira di Narciso" e ancora apertamente letterari eppure di stretta attualità come in "La cognizione del dolore".
Questa è il rapporto con la realtà per "Il solitario", soprannome di Neil Young (il corsivo è mio).


Il solitario, in assenza di loquacità
è avvoltolato in un enigma,
siede pensoso al limitare della realtà
accavallando le sue lunghe gambe.

Lo puoi notare perchè è un indecifrabile.
Porta il suo sguardo negli accessi a cosa non si sa
e li pervade di fascino.
Si tocca il mento e si schermisce alla gestualità
di chi sta accanto e lo incomoda.

Lo puoi giurare in sintonia con i fatti suoi,
quand'anche siano sostanzialmente guai,
perchè nel suo mondo è pace
ed è per questo che lui lo abita.


Il solitario, in gran miseria di calorosità,
sta bene al largo di un dilemma che prima o poi avrà
e non si chiede come tutta la faccenda finirà.
No, non si chiede come finirà.

Ma non si chiede se l'amore che non dà
si vestirebbe un giorno di fatalità,
lo stesso amore che non prende
e che vestito a lutto a prenderlo verrà.
Lo stesso amore che non prende
e che, bellissimo, a prenderlo verrà.
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categorie: musica, arte, leggere, solitudine, gadda, narciso, marlene kuntz, neil young, nick cave, schnitzler, innocenza, p j harvey
sabato, 09 agosto 2008

Un po' Quijote

Tra le più belle canzoni di Roberto Vecchioni ce n'è anche una il cui sottotitolo è "gli ultimi giorni di Sancho P." Forse alla maggior parte delle persone è toccato il ruolo di scudieri e magari in una lotta in cui credeva pure più del proprio condottiero, ma senza dimostarlo e potendo sfoggiare un certo realistico distacco. E chissà quanto può pesare vivere e non vivere del tutto l'avventura.
Qualunque cosa si sia vissuta, l'onestà è con se stessi: chi può non dire "Per amore mio"?


Ragazza, noi siamo bugie del tempo
appesi come foglie al vento di Mistral
non eri ancora nata e già ti avevo dentro
come stanotte in questa casa di Alcazar

ma più bello di averti è quando ti disegno
niente ha più realtà del sogno
il mondo non esiste
il mondo non è vero
e ho sognato di me

Per amore, solo per amore
dei miei occhi, delle mie parole
con la frutta marcia fra le mani
con la donna che non c'è domani

Per amore, solo per amore
del bambino perso sulle scale
per tenermi se le gambe tremano
e vedere dove gli altri guardano
no, Sancho non muore

Ho combattuto il cuore dei mulini a vento
insieme a un vecchio pazzo che si crede me
ho amato Dulcinea insieme ad altri cento
ho cantato per lei, ma perché?

In un paese d'ombre fra la terra e il cielo
ora sogno di te

Per amore, solo per amore
dei miei gesti, delle mie parole
delle notti che me li confondo insieme
e del vino lento fiume nelle vene

Per amore, solo per amore
di quel viso che non può tornare
della stella che non può cadere giù
la tua mano che non sa tenermi più

Per amore, solo per amore mio
ho giocato sempre a strabiliare
Per amore, solo per amore mio
dietro un velo che non puoi arrivarci tu
Per amore, solo per amore mio
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categorie: musica, poesia, vecchioni, quijote, innocenza, creatura
sabato, 26 luglio 2008

Zima

Da un paio di mesi mi sono fermato anche io con Roberto Vecchioni a "La stazione di Zima", da quando cioè, ad un anno di distanza dal suggerimento di un'amica, ho iniziato ad ascoltare il suo "Studio Collection" di dieci anni fa.
Quasi tutti conoscono "Samarcanda", una canzone bellissima e soprattutto fortunata per quel famoso "oh-oh cavallo, oh-oh!" che spingeva i miei genitori come tanti altri a farla suonare ogni tanto in un 45 giri, ma che non è affatto una canzone da bambini. Potrebbe già bastare riascoltarla oggi per farsi un'idea accettabile dei temi che ha avuto il coraggio di affrontare nelle "canzonette" il suo autore (dopo anni in servizio nei licei, si dedica ora alla ricerca del rapporto tra musica e parola poetica: www.vecchioni.it). Accanto a notevoli cadute di tono, è vero, ci sono canzoni ricche di umanità, in cui si ritrova proprio quella sottile malinconia di fondo così familiare nella tradizione classica occidentale. Tra le canzoni di ispirazione più letteraria, spesso riuscite, ci sono quelle dedicate a Pavese ("Verrà la notte e avrà i tuoi occhi"), a Pessoa ("Le lettere d'amore"), a Hemingway ("Il vecchio e il mare") e altre ancora, tra le quali merita di essere ricordata almeno la disperata "Euridice".

Zima è una delle tantissime semi-anonime stazioni ferroviarie lungo la Transiberiana, il cui ricordo nasce probabilmente dal fatto che qui ha visto la luce Evgenij Evtushenko. Non so quanto della canzone ne ricordi le poesie, ma mi ha segnato già al primo ascolto.

C'è un solo vaso di gerani
dove si ferma il treno,
e un unico lampione,
che si spegne se lo guardi,
e il più delle volte
non c'è ad aspettarti nessuno,
perché è sempre
troppo presto o troppo tardi.

- Non scendere - mi dici -
continua con me questo viaggio.
 E così sono lieto di apprendere
che hai fatto il cielo
e milioni di stelle inutili
come un messaggio,
per dimostrami che esisti,
che ci sei davvero:

ma vedi, il problema non è
che tu ci sia o non ci sia
il problema è la mia vita
quando non sarà più la mia,
confusa in un abbraccio
senza fine,
persa nella luce tua, sublime,
per ringraziarti
non so di cosa e perchè;

lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,
lasciami
questo orgoglio smisurato
di esser solo un uomo;
perdonami, Signore,
ma io scendo qua,
alla stazione di Zima.

Alla stazione di Zima
qualche volte c'è il sole
e allora usciamo tutti a guardarlo
e a tutti viene in mente
che cantiamo la stessa canzone
con altre parole
e che ci facciamo male
perché non ci capiamo niente.

E il tempo non s'innamore due volte
di uno stesso uomo;
abbiamo la consistenza lieve delle foglie:
ma ci teniamo la notte per mano
stretti fino all'abbandono,
per non morire da soli
quando il vento ci coglie:

perché vedi, l'importante non è
che tu ci sia o non ci sia:
l'importante è la mia vita
finchè sarà la mia:
con te, Signore
è tutto così grande,
così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me.

Guardami,
io so amare soltanto come un uomo;
guardami,
a malapena ti sento,
e tu sai dove sono...
ti aspetto qui, Signore,
quando ti va,
alla stazione di Zima.
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categorie: musica, poesia, vecchioni, creatura
domenica, 06 aprile 2008

2046

Esiste un modo o un posto dove trovare i ricordi? Potremo mai recuperare "il tempo perduto"? Perchè percepiamo la forza dei sentimenti e delle passioni in differita, non nel momento in cui li viviamo?
Un film molto intenso "2046", uno dei più belli degli ultimi anni. Presentato da Wong Kar Wai, regista di Hong Kong, al Festival di Cannes nel 2004, ha vinto il premio della critica.
Il 2046 è un numero particolarmente simbolico per il regista: è l'anno in cui Hong Kong tornerà ad essere completamente cinese, è il numero di una stanza d'albergo caro al protagonista (richiamando da vicino anche l'altrettanto bello film precedente, "In the mood for love"), è il numero che indica un futuro lontano e fantascientifico dove è possibile immaginare le storie di un romanzo e altro ancora.
Le immagini e la fotografia sono di una bellezza straordinaria, la musica è raffinatissima ed evocativa (da procurarsi e riascoltare, eccone un esempio: http://in-fission.com/file/xanga/adagio.mp3).
La prima scena si può vedere qui: www.youtube.com/watch?v=5cAkhEphhnI.

"Nel 2046 corre una rete che collega ogni punto della Terra e c’è un treno misterioso che parte regolarmente verso il 2046.
Tutti quelli che vanno al 2046 hanno un solo pensiero in mente: ritrovare i ricordi perduti.
Perché, si dice, che niente cambia mai nel 2046.
Ma nessuno sa se quel punto esiste veramente perché nessuno è mai tornato…
Nessuno… tranne me!

Lasciare il 2046 non è un’impresa facile. Per uno che ci riesce, altri mille ci provano all’infinito.
Da quanto sono su questo treno? Non lo so, non lo so, non me lo ricordo più…
Comincio a sentire il peso della solitudine.

Quando mi chiedono perché ho lasciato il 2046, resto nel vago.
Non dò mai la stessa risposta.
Un tempo, quando uno aveva un segreto da nascondere, andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurava lì il suo segreto. Poi richiudeva il buco con del fango, così il segreto sarebbe rimasto sigillato per l’eternità.

Ho amato una donna, ma lei mi ha lasciato.
Speravo fosse nel 2046 e quindi sono andato a cercarla lì.
Ma non c’era.
Da allora non riesco a smettere di chiedermi se mi abbia mai amato.
La risposta è un segreto che nessuno conoscerà mai.

I ricordi sono sempre bagnati di lacrime."
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categorie: musica, poesia, cinema, ricordi, film, memoria, solitudine, wong kar wai, 2046, sapienza
venerdì, 07 dicembre 2007

Gaber, chi era costui?

Un grande personaggio, Giorgio Gaber, capace di passare in un istante dalla astrazione della logica più stringente ad una tenerezza e delicatezza staordinarie. Vedi "Il dilemma", "Destra-Sinistra", "La libertà" (che "non è stare sopra un albero", d'accordo, ma "non è neanche avere un'opinione"!), "Quando sarò capace di amare" e così via. Questo è uno dei suoi paradossi su "La solitudine":

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.
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categorie: musica, poesia, solitudine, libertĂ , gaber, familiaritĂ 
martedì, 17 luglio 2007

Sarà l’abitudine a starsene solo...

"Cerco tra la gente un po' di familiarità,
qualcuno che mi somigli un po', prima di domani"

Intanto posso iniziare ringraziando i Lineamaginot per la loro musica (www.lineamaginot.it e myspace.com/lineamaginot).
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categorie: musica, solitudine, familiaritĂ , lineamaginot, somigliare