sabato, 03 gennaio 2009

Marlene-1

Nome che suscita curiosità quello dei "Marlene Kuntz" così come è del tutto originale in Italia il successo del loro percorso musicale: dai primi dischi di ispirazione punk, alternative e noise rock fino alle attuali produzioni, per le quali vantano invidiabili collaborazioni quali i produttori e ingegneri del suono di P. J. Harvey e Nick Cave. Uno dei progetti più interessanti del gruppo cuneese è la sonorizzazione con improvvisazioni dal vivo del film muto "La signorina Else", tratto da un romanzo di Arthur Schnitzler.
L'album "Biancosporco" del 2005 è senz'altro uno dei loro lavori più compiuti e diversi sono gli spunti interessanti: la difficoltà di aderire ad una realtà sorda "E forse,/ magari è vero,/ converrebbe di più essere semplici in tutto/... E forse,/ anzi: sicuro,/ io so che non riuscirò a fare questo del tutto./ Mai" ("Mondo cattivo"), la certezza derivata dall'esperienza che "ci riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là" ("A chi succhia"), il coraggio di affrontare temi mitologici come "La lira di Narciso" e ancora apertamente letterari eppure di stretta attualità come in "La cognizione del dolore".
Questa è il rapporto con la realtà per "Il solitario", soprannome di Neil Young (il corsivo è mio).


Il solitario, in assenza di loquacità
è avvoltolato in un enigma,
siede pensoso al limitare della realtà
accavallando le sue lunghe gambe.

Lo puoi notare perchè è un indecifrabile.
Porta il suo sguardo negli accessi a cosa non si sa
e li pervade di fascino.
Si tocca il mento e si schermisce alla gestualità
di chi sta accanto e lo incomoda.

Lo puoi giurare in sintonia con i fatti suoi,
quand'anche siano sostanzialmente guai,
perchè nel suo mondo è pace
ed è per questo che lui lo abita.


Il solitario, in gran miseria di calorosità,
sta bene al largo di un dilemma che prima o poi avrà
e non si chiede come tutta la faccenda finirà.
No, non si chiede come finirà.

Ma non si chiede se l'amore che non dà
si vestirebbe un giorno di fatalità,
lo stesso amore che non prende
e che vestito a lutto a prenderlo verrà.
Lo stesso amore che non prende
e che, bellissimo, a prenderlo verrà.
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venerdì, 05 settembre 2008

Clown-3

Parlando di Maria e della gelosia che suscita in lui il pensiero di lei, Hans il clown fa considerazioni interessanti, da leggere fino in fondo.

 

«Una donna può con le sue mani esprimere tante cose, dare l’illusione di tante cose che in confronto le mani maschili mi fanno sempre l’effetto di pezzi di legno. Le mani maschili sono mani che si stringono per salutare, mani che picchiano, mani che sparano naturalmente e mani che firmano. Stringere, picchiare, sparare, firmare assegni sbarrati: questo è tutto quello che le mani maschili sanno fare e… naturalmente lavorare. Le mani femminili non sono già più quasi mani, sia che spalmino il burro sul pane sia che liscino i capelli sulla fronte. Nessun teologo ha mai avuto l’idea di fare una predica a proposito delle mani femminili nel Vangelo: Veronica, Maddalena, Marta e Maria, una quantità di mani di donna si muovono nel Vangelo, mani piene di tenerezza per il Cristo. Invece di questo parlano delle leggi, dei principi dell’ordine, dell’arte dello Stato. Cristo, per così dire in privato, ha avuto a che fare quasi esclusivamente con donne. Naturalmente aveva bisogno di uomini, perché vi sono quelli che, come Kalick, hanno un rapporto con il potere, hanno il senso dell’organizzazione e tutte queste sciocchezze. Aveva bisogno di uomini, così come per fare un trasloco si ha bisogno di imballatori e di facchini, per il lavoro pesante, per così dire, e Pietro e Giovanni erano così teneri che erano già quasi più uomini, mentre Paolo era molto virile, proprio come si conviene a un romano. […] Nelle mani di Maria persino il denaro perdeva la sua ambiguità, lei aveva una maniera meravigliosa di comportarsi con il denaro, incurante e attenta al tempo stesso. […] Una volta pagò a un cameriere di Gottinga un cappotto d’inverno per il suo bambino che doveva cominciare le scuole, e in viaggio pagava continuamente differenze di classe e sovrapprezzi per il rapido a povere nonnine che si smarrivano in treno in uno scompartimento di prima classe, mentre si mettevano in viaggio per andare a un funerale. C’è un numero straordinario di nonne che prendono il treno per andare al funerale di figli, nipoti, nuore e generi – talvolta naturalmente ci sono anche quelle che civettano un poco, con quella loro aria smarrita di vecchie nonnine – e che si lasciano cadere cariche di valigie e pacchetti pieni di salame, lardo e torte fatte in casa in scompartimenti di prima classe. […] Maria si appassionava sempre a queste storie, le trovava straordinariamente interessanti e parlava di “vita vissuta”; quello che mi stancava in queste cose era il continuo ripetersi degli identici elementi. Fra Dortmund e Hannover c’erano tante nonne con nipoti assistenti delle ferrovie e con nuore che morivano precocemente perché “non mettono più al mondo tutti i figli, le donne del giorno d’oggi, ecco perché”. […] credo che Züpfner l’abbia sposata per “salvarla” e lei lo abbia fatto per “salvare” lui e non ero del tutto sicuro che lui le avrebbe permesso di usare il suo denaro per pagare il supplemento del rapido o la differenza dalla seconda alla prima classe a tutte le nonnine che incontravano in viaggio. Non che fosse avaro, ma era privo di esigenze in una maniera snervante, come Leo. Non privo di esigenze come San Francesco d’Assisi, che restava privo di esigenze pur riuscendo a immaginare le esigenze degli altri.»

 

Il penultimo capitolo si chiude con il colloquio col fratello Leo. Nonostante la buona volontà, Leo commette l’errore di lasciar trasparire il contatto con Züpfner e non sembra disposto a rinunciare alle regole del seminario per cercare di risollevare in qualche modo la condizione dell’orgoglioso fratello. L’ultima battuta ci rivela finalmente, ma forse anche amaramente, l’animo poetico dell’artista.

 

«”Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?” domandò Leo.

“Sono un clown” risposi “e faccio raccolta di attimi. Ciao.” E riattaccai.»

 

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categorie: arte, leggere, ironia, solitudine, clown, vanità, familiarità
martedì, 02 settembre 2008

Clown-2

Mi sono annotato alcuni brani più stimolanti delle Opinioni di un clown di Heinrich Böll (1963, trad. Amina Pandolfi).

Il primo evidenzia la singolarità di questi cattolici rispetto al cuore della fede cristiana, sempre nell'ottica ironica e polemica del clown che pure ribadisce varie volte di continuare a confondere realtà e fantasia («Talvolta non so bene se è vero quello che ho sentito in maniera realistica e tangibile o quello invece che vivo veramente. Butto tutto insieme, faccio una gran confusione»).

 

«L'idea di quella serata mi aveva fatto molto piacere, ero stanco morto e mi aspettavo una specie di allegra riunione con abbondanza di buon vino, ottimo cibo e forse anche un po' di danze (in quel periodo eravamo in bolletta e non potevamo permetterci né buon vino né ottimo cibo); invece il vino era cattivo e la serata divenne quello che mi immagino debba essere un corso superiore di sociologia tenuto da un professore noioso. Non soltanto faticosa, ma faticosa in maniera innaturale, superflua. Dapprima pregarono tutti insieme e io per tutto il tempo non seppi che cosa fare delle mie mani e della mia faccia. Mi pare che non si dovrebbe mettere un miscredente in una situazione simile. Non recitavano semplicemente un Pater Noster o un'Ave Maria (anche questo sarebbe stato già abbastanza imbarazzante per me perché, educato da protestante, sono incapace di ogni forma di preghiera individuale). No, si trattava di un testo composto da Kinkel, molto programmatico: “...E ti preghiamo di metterci in grado di render giustizia in egual modo sia alla tradizione che al progresso”, e così via. Soltanto dopo questo preambolo passarono al tema della serata: “Povertà nella società in cui viviamo”. Fu una delle serate più penose della mia vita. Semplicemente non riesco a credere che delle discussioni religiose debbano essere così faticose. Lo so: credere a questa religione è difficile. Resurrezione della carne e vita eterna. Spesso Maria mi leggeva la Bibbia. Deve essere difficile credere a tutto questo. Più tardi ho letto persino Kierkegaard (una lettura utile per un individuo prossimo a diventare un clown). Era difficile, ma non faticoso. Non so se ci sia gente che ricama tovaglie su disegni di Picasso o di Klee. A me quella serata fece questa impressione, come se quei cattolici progressisti si lavorassero all'uncinetto dei grembiuli di Tommaso d'Aquino, Francesco d'Assisi, Bonaventura e Leone XIII. Grembiuli che naturalmente non arrivavano a coprire le loro nudità, perché non c'era nessuno fra i presenti (all'infuori di me) che non guadagnasse almeno i suoi millecinquecento marchi al mese.»

 

Una frase di una certa densità di significato nascosta nelle elucubrazioni del protagonista riguarda il suo stesso essere artista, il rapporto di ogni artista tra la sua vita e l'arte di cui è fonte e alimento: non sono scomparti separati, nulla è senza conseguenze per l'uomo. Nemmeno gli artisti (o sedicenti tali) che frequentano l'impegnato salotto della madre, però, sono giudicati in grado di penetrare il senso dei suoi gesti e di avere con lui un contatto più forte.

 

«Quella gente non capisce niente. Tutti sanno, cioè, che un clown dev'essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda maledettamente seria, fin lì non ci arrivano.»

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categorie: arte, leggere, ironia, solitudine, clown, vanità, familiarità
venerdì, 29 agosto 2008

Clown-1

Avevo bisogno di scrivere un po' per chiarirmi alcune idee e ad un certo punto ho pensato più decisamente ad una recensione che copio qui (è un po' lunga).

Hans Schnier è nato a Bonn, ha ventisette anni e fa il clown, «definizione ufficiale: attore comico». Uno dei suoi numeri si chiama ‘arrivi e partenze’ e consiste di circa seicento entrate ed uscite che fanno confondere lo spettatore fino alla fine. Un po’ di confusione confessa di cominciare a fare anch’egli a forza di viaggiare per il suo mestiere, ma stavolta è appena tornato nella sua città.

Cominciano così le Ansichten eines Clowns, le Opinioni di un clown scritte da Heinrich Böll nel 1963, preannunciando un cammino che potrebbe anche rivelarsi un po’ impervio tra i pensieri di un personaggio la cui interiorità, in quanto maschera e attore, ci è solitamente negata. La scelta della categoria delle opinioni è dovuta al carattere estremamente soggettivo di quello che ci accingiamo a leggere, dato che trascorreremo nella prospettiva di Hans alcune ore, ma piuttosto nei toni del colloquio tra amici che di un disorientante flusso di coscienza.

Il clown sta facendo il punto della sua non rosea situazione. Ancora prima dei suoi dati personali ricorda due volte che Maria lo ha lasciato per un cattolico e che da quel momento sono iniziati i problemi anche nel suo mestiere (e per gli alberghi). Una sorprendente affermazione che segue immediatamente la definizione del suo lavoro menzionata sopra è «non pago tasse per nessuna Chiesa»: il motivo religioso comincia ad entrare con una certa insistenza ora e scopriamo che i suoi genitori, «protestanti osservanti, ossequienti alla moda del dopoguerra che voleva uno spirito conciliante fra le confessioni, mi hanno mandato a una scuola cattolica». La Germania e la sua coscienza nel dopoguerra sono, dunque, i protagonisti non nominati del romanzo di Böll.

Nel fare il bagno Hans si rilassa leggendo i giornali della sera e canticchiando motivi liturgici familiari dai tempi della scuola, ma solo «per motivi terapeutici». Due sono infatti i mali che lo affliggono e che cerca di combattere, il mal di testa e la malinconia, aumentate incomparabilmente dall'assenza di Maria. Purtroppo il clown si  sta affidando, come ammette egli stesso, ad una medicina che ha solo un effetto momentaneo, l'alcol, e i gli effetti però non tardano a manifestarsi anche nel suo mestiere, tanto che ad esso e ad una caduta in scena che affronta ubriaco da tre settimane è dovuta la crisi presente.

Ma la sua crisi nasce da lontano e l'irregolarità della professione artistica (che, per altro, praticava con un talento, se non di prima grandezza, almeno degno di essere coltivato) si era saldata all'irregolarità della condotta nella vita privata senza trovare il modo di concretizzarsi in gesti propositivi per il proprio futuro. L'amore stesso per Maria, figlia di un socialista emarginato dalle classi dirigenti in cui Hans aveva trovato una sorta di sostituto paterno e una forma di sostegno alla sua difficoltà di integrazione con un mondo in cui non si riconosceva, era nato ed era stato vissuto al di fuori del matrimonio.

E tuttavia egli rivendica appena possibile e con una certa orgogliosa insistenza la sua monogamia, anche quando intuisce (o crede di intuire) qualche altra possibilità: o Maria o niente.

Maria aveva avuto un’educazione cattolica e nutriva una forte simpatia per il gruppo di persone che già pochi anni dopo stanno tenendo le redini della politica e della società tedesca post-bellica. Nonostante un certo legame con uno di loro, si è lasciata travolgere dal fascino del giovane Hans e lo ha seguito. Ma dopo i primi tempi, il viaggiare senza radici e senza amici si è fatto sentire ed è tornata a fare riferimento proprio a quelle persone e alla loro solida fede, cercando di trascinarvi anche il suo uomo. Il tormento di Maria, infatti, si è concretizzato in una serie di aborti spontanei.

Hans non è in grado di comprenderne la portata e ne minimizza gli effetti. Nella memoria stessa delle Opinioni la cosa sfugge nel suo insieme al soggetto narrante, ma appare ben chiaro al lettore che la donna è spinta progressivamente ad interpretare tali esiti della propria irregolarità come l’inevitabile risultato della condotta di entrambi al di fuori dai canoni. Infine, dopo aver cercato più volte di ricondurre con sé anche l’artista, ella lo abbandonerà per ritornare ad un cattolicesimo senza compromessi e sposare il vecchio amico Züpfner (con cui è in luna di miele proprio a Roma: ecco l’altro elemento che ha portato a compimento la crisi del clown).

Quello che la figura di Hans mette sempre in evidenza delle persone che lo hanno circondato è l’opportunismo (si veda, ad esempio, il bambino fascista che nel dopoguerra ricopre ruoli importanti nel laicato cattolico e nei gruppi dirigenti), il formalismo borghese dietro cui sono costretti a ritirarsi i veri sentimenti (i suoi genitori sono ricchissimi, ma lo hanno sempre trascurato o cercato di comprare/sistemare: il padre da quasi sempre ha un’amante a cui fa doni che i figli si sognano, mentre la madre è addirittura molto attiva culturalmente e in importanti iniziative sociali, ma del tutto incapace di amare i suoi prossimi) e, non da ultimo, la religiosità.

Il mondo cattolico, in particolare, è sotto la lente di ingrandimento della soggettività di Hans, ma anche i protestanti non fanno bella figura. A questo proposito le biografie di Heinrich Böll ricordano come il libro si collochi negli anni in cui è più acuta la sua crisi politico-religiosa e si va elaborando con più sofferta chiarezza la distinzione tra le azioni degli uomini e il messaggio evangelico originario. Proprio alla scossa soggettività di artista di Hans l’autore ha affidato le sue critiche su di un mondo che conosceva bene (anche per distanziarsi e giustificare la vena ironica e polemica delle Opinioni): l’artista, per rivendicare a se stesso e additare al mondo la sincerità e la forza del proprio sentire, si vede sempre e comunque costretto ad atti di ribellione. Non lo troveremo mai, infatti, veramente disposto ad ascoltare e capire le ragioni altrui, preso com’è (gli artisti!), dalla inarrestabile forza delle proprie debordanti esigenze, sulle quali non è disposto a ritornare. Ecco, quindi, un altro dei vari motivi per i quali ci dobbiamo ricordare di essere di fronte 'solo' a delle Opinioni.

Il romanzo di Böll è, in realtà, un continuo e forte richiamo a non trasformare in sostanziali alcuni aspetti formali della religione cattolica e cristiana in generale, svuotandoli dei contenuti per utilizzarli imponendo strutture pervasive di controllo sociale al servizio di un potere politico ed economico che può finire per assomigliare persino a quello nazista (divertente e significativo l'episodio dello sconosciuto che prendendo in mano un telefono pubblico dopo una conversazione interrotta per la sua stessa maleducazione, si mette a parlare della CDU, il partito Cristiano Democratico allora inevitabilmente al potere, con il clown che dall'altro capo del filo lo prende in giro facendogli credere altrettanto inevitabile condividere la stessa idea politica). Non a caso il libro non fu capito a sufficienza e provocò polemiche e l'allontanamento del suo autore dal mondo di cui aveva messo in risalto le contraddizioni con tanto acuta analisi, sia pure messa in bocca ad un personaggio inaffidabile; ormai al centro di sfide politiche e di critiche sempre più aperte a certe gerarchie conservatrici, Böll chiude i suoi rapporti con una Chiesa cattolica sorda ai suoi appelli nel 1972, anno della pubblicazione di Foto di gruppo con signora e del suo premio Nobel.

Non mancano affatto, in realtà, gli aspetti positivi nei cattolici con cui Hans si relaziona e gli atti di sincera amicizia, ma egli si sente sempre spinto a ricondurre le intenzioni altrui a moventi opportunistici (come vari indizi lasciano credere) o che gli appaiono tali da andare inevitabilmente a suo svantaggio (dimostrando, forse, per la sua miopia di non essere poi così lontano da coloro che critica). Alcuni personaggi, infatti, sono ben disposti ad aiutare il clown nonostante i suoi eccessi ed egli stesso riconosce loro la sincerità delle intenzioni, che però non sono in grado di intaccare la sostanza della sua infelicità personale e non meritano quindi che egli tenti di uscire dall'interpretazione del ruolo che ha scelto di recitare anche nel quotidiano. Lo stesso neo-sposo Züpfner è più volte definito da Hans come uno dei pochi veri cattolici che conosca, insieme al Papa (una concessione ironica?), all'attore Alec Guinness (chissà perchè) e al vecchio pugile negro in pensione Gregory, che non compare altrove se non in questo ritornello.

In senso tutto sommato positivo va probabilmente interpretata anche la conversione al cattolicesimo e la conseguente presenza in seminario del fratello Leo, che Hans aveva avuto come compagno di giochi, ma che non ha mai capito davvero, cercando solo in seguito e in modi ancora una volta del tutto singolari di recuperarne l’attenzione e la confidenza. Pur sfiorandosi, non sono neanche ora in grado di toccarsi veramente, come impone la direzione ormai imboccata dall’ennesima scelta ribellistica e di autoaffermazione del clown.

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categorie: arte, amicizia, leggere, ironia, solitudine, clown, vanità, familiarità
sabato, 05 luglio 2008

Arte-3

Ma è davvero uno strumento tanto "neutro" l'arte? E dedicarsi con tutto se stessi a strumenti "impassibili" rende altrettanto singolare ed estranea ad ogni responsabilità la vita di un uomo?
Saltiamo ancora avanti nel libro, fino a uno dei dialoghi con l'uomo che ha su di sè i segni della risposta e alimenta uno dei fili più importanti della trama.

"E che ne è della sua responsabilità?"
"Non capisco."
"Anche lei è responsabile di quello che succede nel quadro."
Faulques posò il pennello corto che aveva in mano - il colore acrilico si era seccato, indurendolo, constatò infastidito - e poi si avvicinò alla parete fino a mettersi accanto a Markovic, incrociando le braccia. Guardando quello che l'altro guardava. I disegni erano abbastanza eloquenti, stabilì. Benchè non si reputasse un pittore straordinario, lo consolava la certezza di possedere una certa mano per il disegno. E in fin dei conti, quei tratti variegati ed espressivi contenevano davvero la guerra. Erano desolazione e solitudine: quella degli uomini morti. Tutti i morti che aveva fotografato nel corso della sua vita parevano essere soli. Nessuna solitudine era più perfetta della loro, assoluta e irreparabile. Lo sapeva molto bene. Disegno o colore a parte, il suo vantaggio era forse questo, decise. Ciò che dava consistenza al lavoro che realizzava nella torre. Nessuno gli aveva raccontato ciò che raccontava.
"Non sono sicuro della parola: responsabilità. Ho sempre cercato di essere l'uomo che guardava. Un terzo uomo indifferente."
Senza togliere gli occhi dal dipinto, Markovic scosse la testa.
"Si è sbagliato direi. Credo che nessuno sia indifferente. Anche lei è dentro il quadro... Ma non solo come parte, anche come agente, ecco. Come causa."
" È singolare sentirglielo dire."
"Perchè le sembra singolare?"
Faulques non rispose. Ricordava adesso, un po' sconcertato, quello che il suo amico scienziato aveva aggiunto quando conversavano sul caos e le sue leggi: che un elemento basilare della meccanica quantistica era che l'uomo creava la realtà nell'atto di osservarla. Prima dell'osservazione, ciò che esisteva davvero erano tutte le situazioni possibili. Bastava guardare la natura perchè si concretizzasse, operando una scelta. C'era, pertanto, un'indeterminatezza intrinseca di cui l'uomo era più testimone che protagonista, O, volendo andare in fondo alla questione, entrambe le cose insieme: tanto vittima quanto colpevole.
Restarono a guardare il murale, in silenzio, immobili. Uno di fianco all'altro. Poi Markovic si tolse la sigaretta di bocca. Adesso si piegava leggermente per osservare meglio i due uomini che si pugnalavano avvinghiati in primo piano, nella parte inferiore del dipinto.
" È vero che certi fotografi pagano perchè la gente venga uccisa davanti ai loro obiettivi?"
Faulques scosse piano la testa, da una parte all'altra. Due volte.
"No. Almeno non nel mio caso." La scosse una terza volta. "Mai." [...]

E subito oltre, ripensando ad alcune foto.

[...] Stavolta Faulques fotografava con una macchina motorizzata per l'avanzamento automatico tra uno scatto e l'altro, clic, clic, clic, clic, clic, clic, clic, clic, otto volte, una serie completa a 1/500 di velocità di otturazione e 8 di diaframma. La quinta era stata la migliore: quella dove il moribondo, la faccia appena visibile tra gli schizzi rossi, alzava braccia e gambe. Poi, quando il miliziano somalo aveva notato il fotografo - Faulques si era avvicinato con impeccabile cautela tattica mentre Olvido sussurrava di non farlo, ti prego, resta qui e non ti muovere - gli aveva indirizzato una smorfia spavalda, il fucile impugnato con entrambe le mani, mettendo un piede sul petto del cadavere alla maniera del cacciatore in posa con il suo trofeo. Meik mi uan foto. Sorriso e relax. E Faulques, alzando di nuovo la macchina, aveva finto di scattare anche quell'immagine. Aveva già ritratto una scena identica a Tessenei, in Eritrea: due guerriglieri dell'Fle che posavano con il fucile in mano, uno con un piede sul collo di un soldato etiope morto. Era fuori questione pubblicare due volte la stessa foto; senza senso plagiare se stesso.
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giovedì, 26 giugno 2008

Arte-2

Andrès Faulques aveva guardato sempre molto lontano, era qualcosa di diverso dal comune quello che chiedeva all'arte. Lo si può leggere chiaramente qualche pagina dopo in riferimento ad una foto-chiave per il romanzo, scattata ad un soldato croato ai tempi della battaglia di Vukovar, frutto di esperienza e casualità insieme.

"L'armonia di linee e di forme non aveva altro oggetto che arrivare alle chiavi intime del problema. Niente a che vedere con l'estetica, né tanto meno con l'etica che altri fotografi usavano - dicevano di usare - come filtro dei loro obiettivi e del loro lavoro. Per lui tutto si era ridotto a muoversi nell'affascinante reticolo della vita e i suoi danni collaterali. Le sue fotografie erano come gli scacchi: dove altri vedevano lotta, dolore, bellezza o armonia, Faulques osservava solo combinazioni di enigmi. Lo stesso valeva per il grande dipinto a cui lavorava adesso. Quanto cercava di risolvere su quella parete circolare era agli antipodi da ciò che la maggior parte delle persone chiamava arte. O forse accadeva che, una volta lasciato dietro di sè un certo punto ambiguo e senza ritorno dove, ormai prive di passione, languivano etica ed estetica, l'arte si trasformava - e forse le parole adeguate erano di nuovo - in una formula fredda e in qualche modo efficace. Uno strumento impassibile per contemplare la vita".
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lunedì, 23 giugno 2008

Arte-1

Mi ha incuriosito a prima vista il titolo "Il pittore di battaglie"  (Tropea 2007, trad. di R. Bovaia) e la bandella aveva il tono giusto: "In un'antica torre di guardia sul Mediterraneo, Faulques, ex-fotoreporter di guerra, dipinge un immenso affresco circolare: il paesaggio atemporale di una battaglia, la fotografia che non è mai riuscito a scattare, il caos del mondo dall'assedio di Troia ai giorni nostri. Dopo trent'anni di prima linea in tante guerre, infatti, ha deciso di ritirarsi in solitudine non solo per gli orrori ai quali ha assistito ma anche per il proprio lavoro che non sempre è stato oggettivo e innocente come avrebbe dovuto". E addirittura vi si prometteva di fornire la chiave di lettura di tutta l'opera dell'autore, Arturo Pèrez-Reverte, incontrandosi nel romanzo "l'arte, la scienza, la guerra, l'amore, la responsabilità e la solitudine".  Non prometteva invano.

Cosa si è aspettato e si aspetta dall'arte il protagonista.
"Se Faulques era conosciuto in determinati ambienti e circoli professionali, non era per la sua opera pittorica. Dopo le prime divagazioni giovanili, e durante il resto della sua vita professionale, il disegno e i pennelli erano rimasti indietro, lontani - almeno così aveva creduto lui fino a una data recente - dalle situazioni, dai paesaggi e dalle genti registrati attraverso il mirino della sua macchina fotografica: la materia del mondo di colori, sensazioni e volti che avevano costituito la sua ricerca dell'immagine definitiva, il momento allo stesso tempo fugace ed eterno che spiegasse il tutto. La regola occulta che metteva ordine nell'implacabile geometria del caos. Paradossalmente, solo da quando aveva attaccato al chiodo le macchine fotografiche e impugnato di nuovo i pennelli in cerca della prospettiva - rassicurante? - che non era mai riuscito a cogliere con una lente, Faulques si sentiva più vicino a ciò che, durante tutto il tempo aveva cercato senza trovarlo. Forse, dopotutto - pensava adesso - la scena non era mai stata davanti ai suoi occhi, nel verde chiaro di una risaia, nel brulichio di un suk, nel pianto di un bambino o nel fango di una trincea, ma dentro di lui: nella risacca della sua stessa memoria e nei fantasmi che ne lambiscono le rive. Nel tratto di disegno e di colore, lento, minuzioso, riflessivo, che è possibile solo quando il polso batte ormai piano. Quando i vecchi dèi meschini, con quel che ne consegue, smettono di infastidire l'uomo con odi e favori".
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domenica, 06 aprile 2008

2046

Esiste un modo o un posto dove trovare i ricordi? Potremo mai recuperare "il tempo perduto"? Perchè percepiamo la forza dei sentimenti e delle passioni in differita, non nel momento in cui li viviamo?
Un film molto intenso "2046", uno dei più belli degli ultimi anni. Presentato da Wong Kar Wai, regista di Hong Kong, al Festival di Cannes nel 2004, ha vinto il premio della critica.
Il 2046 è un numero particolarmente simbolico per il regista: è l'anno in cui Hong Kong tornerà ad essere completamente cinese, è il numero di una stanza d'albergo caro al protagonista (richiamando da vicino anche l'altrettanto bello film precedente, "In the mood for love"), è il numero che indica un futuro lontano e fantascientifico dove è possibile immaginare le storie di un romanzo e altro ancora.
Le immagini e la fotografia sono di una bellezza straordinaria, la musica è raffinatissima ed evocativa (da procurarsi e riascoltare, eccone un esempio: http://in-fission.com/file/xanga/adagio.mp3).
La prima scena si può vedere qui: www.youtube.com/watch?v=5cAkhEphhnI.

"Nel 2046 corre una rete che collega ogni punto della Terra e c’è un treno misterioso che parte regolarmente verso il 2046.
Tutti quelli che vanno al 2046 hanno un solo pensiero in mente: ritrovare i ricordi perduti.
Perché, si dice, che niente cambia mai nel 2046.
Ma nessuno sa se quel punto esiste veramente perché nessuno è mai tornato…
Nessuno… tranne me!

Lasciare il 2046 non è un’impresa facile. Per uno che ci riesce, altri mille ci provano all’infinito.
Da quanto sono su questo treno? Non lo so, non lo so, non me lo ricordo più…
Comincio a sentire il peso della solitudine.

Quando mi chiedono perché ho lasciato il 2046, resto nel vago.
Non dò mai la stessa risposta.
Un tempo, quando uno aveva un segreto da nascondere, andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurava lì il suo segreto. Poi richiudeva il buco con del fango, così il segreto sarebbe rimasto sigillato per l’eternità.

Ho amato una donna, ma lei mi ha lasciato.
Speravo fosse nel 2046 e quindi sono andato a cercarla lì.
Ma non c’era.
Da allora non riesco a smettere di chiedermi se mi abbia mai amato.
La risposta è un segreto che nessuno conoscerà mai.

I ricordi sono sempre bagnati di lacrime."
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domenica, 27 gennaio 2008

L'amicizia-6

Ci siamo, ecco la conclusione del monologo.

Naturalmente la solitudine non mi ha fornito alcuna risposta. Neanche i libri mi hanno risposto in modo esauriente. Nè i libri antichi, gli scritti dei saggi cinesi, ebrei e latini, ne quelli moderni, che usano termini espliciti ma contengono solo parole e non la verità. E poi, in fondo, qualcuno ha mai detto o scritto la verità?... Me lo sono chiesto spesso, quando ho iniziato a indagare nel mio animo e nei libri. Il tempo passava, la vita intorno a me cambiava, calava una sorta di crepuscolo. I libri e i ricordi si accumulavano, si infittivano sempre di piú. E ogni libro conteneva un pizzico di verità, e ogni ricordo mi insegnava che è vano cercare di scoprire la vera natura dei rapporti umani, perchè la conoscenza non ci aiuterà a diventare piú saggi. Ecco perchè non abbiamo il diritto di esigere franchezza e piena fedeltà da chi abbiamo scelto come amico, tanto piú se gli eventi hanno dimostrato che questo amico ci è stato infedele».
«Hai la certezza assoluta» domanda l’ospite «che questo amico sia stato infedele?».

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lunedì, 21 gennaio 2008

L'amicizia-2

Il discorso prosegue facendosi un po' più filosofico, anche solo per distinguere e caratterizzare l'indole dei due protagonisti.

Su che cos’altro, dunque? Non c’è forse un pizzico di eros al fondo di tutte le relazioni umane? Qui, nella mia solitudine, in mezzo alla foresta, mentre mi sforzavo, non avendo altro da fare, di comprendere i fatti della vita, qualche volta me lo sono chiesto. Naturalmente l’amicizia non ha nulla in comune con le inclinazioni di coloro che cercano di soddisfare il loro desiderio distorto con persone dello stesso sesso. L’eros dell’amicizia non ha bisogno dei corpi... essi, anzi, lo disturbano piu di quanto non lo attraggano. Ma si tratta pur sempre di eros. C’è eros al fondo di tutti gli affetti e di tutte le relazioni umane. Sai, ho letto parecchio» dice quasi scusandosi. «Oggi si scrive molto piú liberamente su queste cose. Ma ho letto e riletto anche Platone, perchè a scuola non lo capivo ancora. Mi sono detto - e certamente tu, che hai girato il mondo piú di me, ne sai molto piú di quanto ne sappia io nella mia solitudine campestre - che l’amicizia e il rapporto piú nobile che esista fra gli esseri umani. È strano, ma anche gli animali lo conoscono.
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categorie: amicizia, solitudine, familiarità
venerdì, 07 dicembre 2007

Gaber, chi era costui?

Un grande personaggio, Giorgio Gaber, capace di passare in un istante dalla astrazione della logica più stringente ad una tenerezza e delicatezza staordinarie. Vedi "Il dilemma", "Destra-Sinistra", "La libertà" (che "non è stare sopra un albero", d'accordo, ma "non è neanche avere un'opinione"!), "Quando sarò capace di amare" e così via. Questo è uno dei suoi paradossi su "La solitudine":

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.
postato da: Gnafamo alle ore 12:00 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: musica, poesia, solitudine, libertà, gaber, familiarità
martedì, 17 luglio 2007

Sarà l’abitudine a starsene solo...

"Cerco tra la gente un po' di familiarità,
qualcuno che mi somigli un po', prima di domani"

Intanto posso iniziare ringraziando i Lineamaginot per la loro musica (www.lineamaginot.it e myspace.com/lineamaginot).
postato da: Gnafamo alle ore 08:35 | link | commenti | commenti
categorie: musica, solitudine, familiarità, lineamaginot, somigliare